E’ la legge che i 5 stelle avevano messo sul tavolo delle trattative per il governo giallorosso come condizione imprescindibile ed è anche uno dei punti su cui, fino a pochi mesi fa, M5s e Partito democratico si sono fatti la guerra. Oggi a Montecitorio il governo Conte 2 non solo affronta la discussione finale sul ddl che riduce i parlamentari, ma anche e soprattutto viene messo alla prova sulla tenuta dell’accordo fra le due forze di maggioranza. Non serve andare indietro molto con la memoria: era febbraio 2019 e i democratici decisero di non dare il loro sostegno al provvedimento invocando “la resistenza civile“. Hanno fatto lo stesso nei successivi due passaggi in Parlamento della legge. Oggi tutto è cambiato: i dem sono a Palazzo Chigi insieme ai 5 stelle e hanno ottenuto che, appena terminata la discussione sul ddl, si metta mano a un pacchetto di garanzie per la rappresentanza e si riformi la legge elettorale. Altri due capitoli molto complessi per la tenuta dell’intesa, ma a cui i 5 stelle hanno detto sì. Quello che conta per Di Maio e i suoi è che la prima richiesta sia stata rispettata: calendarizzare nel più breve tempo possibile il ddl, cavallo di battaglia per Di Maio e i suoi. “Chi si opporrà”, ha detto nelle scorse ore il capo politico 5 stelle, “sceglierà la poltrona al cambiamento”.

Come voteranno i partiti – Le forze politiche sono già quasi tutte schierate. Almeno sulla carta. A favore dovrebbe appunto esprimersi la maggioranza, quindi: M5s, Pd, Leu e Italia viva. Fi ha detto che prenderà una decisione solo martedì. Ma ieri sera c’è stato un vertice del centrodestra e fonti interne hanno fatto sapere che Forza Italia, Carroccio e Fdi potrebbero scegliere di votare “sì” e non astenersi o uscire dall’Aula. I tre partiti in realtà si sono sempre espressi a favore. La Lega, che fino a pochi mesi fa era al governo, prima di far saltare la maggioranza era stata tra le promotrici del testo. Addirittura, in piena crisi di governo, Salvini disse di essere pronto a dare il via libera al ddl e poi tornare alle urne. Proposta irricevibile per il M5s che lo ha sempre accusato di aver voluto rompere i patti proprio per evitare di doversi tagliare le poltrone. Oggi si vedrà come si comporteranno i suoi. L’ultima incognita che rimane è quella dei dissidenti dentro tutti i partiti: gli occhi sono puntati soprattutto a Pd e Italia viva, sui cui banchi siedono alcuni degli storici oppositori di questa riforma e che potrebbero disobbedire al momento del voto per tagliare se stessi.

Chi viene tagliato e dove – Ma cosa prevede esattamente la riforma che va a modificare la Costituzione? Il ddl intende tagliare linearmente il numero di senatori (da 315 a 200) e deputati (da 630 a 400). La riduzione sarà effettiva “dalla data del primo scioglimento” delle Camere o “della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della riforma costituzionale”. Per quanto riguarda i deputati della circoscrizione estero passano da 12 a 8, mentre i senatori da 6 a 4. Il numero minimo regionale di parlamentari diventa 3 e non più 7. Rimangono fisse il Molise (2) e la Valle d’Aosta (1). Secondo i 5 stelle, la riduzione può permettere allo Stato un risparmio di un miliardo di euro in dieci anni.

La legge non può più essere modificata senza che sia rivisto l’intero percorso, perché è arrivata all’ultima lettura. Se la riforma sarà approvata con la maggioranza assoluta di 316 parlamentari, ci saranno tre mesi di tempo per chiedere un referendum: potranno farlo, come previsto dalla Costituzione 5oomila elettori, 5 consigli regionali, 1\5 dei membri di una Camera. Solo trascorsi i tre mesi, il provvedimento sarà legge dello Stato.

Cosa succede dopo se passa il sì – Di cosa si dovrà discutere dopo? Pd e Leu hanno chiesto e ottenuto che il provvedimento sia accompagnato da altre modifiche rilevanti. Tra queste: il fatto che il Senato non sia più eletto su base regionale ma su base interregionale. Si ipotizza anche un’elezione al Senato su base circoscrizionale, come la Camera, vale a dire che il recupero dei resti è su base nazionale e quindi anche con questo metodo i piccoli entrerebbero. Sul tavolo del confronto anche il taglio del numero dei delegati regionali che partecipano all’elezione dl presidente della Repubblica, quindi l’introduzione della sfiducia costruttiva e la modifica dei Regolamenti di Camera e Senato, in modo che si possano formare gruppi parlamentari con un numero inferiore di senatori e deputati rispetto ad oggi. Nei giorni scorsi il capogruppo Pd a Montecitorio Graziano Delrio ha dato garanzie sui tempi: “C’e’ l’impegno a definire l’avvio della riforma della legge elettorale entro la fine dell’anno. Quindi l’impegno a sottoscrivere un impegno sul quadro e sui tempi delle riforme da attuare per bilanciare il taglio dei parlamentari”. Prima però, bisogna che tutti mantengano il loro impegno in Aula.

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