Oggi è il primo anniversario dell’uccisione di Jamal Khashoggi, il giornalista e dissidente strangolato poco dopo essere entrato, il 2 ottobre 2018, nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul. Un rapporto della relatrice speciale Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, Agnes Callamard, ha concluso che il giornalista fu vittima di “una esecuzione extragiudiziale di cui, sulla base delle norme sui diritti umani, lo stato saudita è responsabile”.

In un documentario andato in onda il 29 settembre il principe della Corona Mohamed bin Salman si è assunto per la prima volta la responsabilità dell’omicidio di Khashoggi, affermando che “è avvenuto sotto la mia supervisione”. Il processo nei confronti di 11 imputati, sospettati di essere coinvolti nell’omicidio di Khashoggi, è iniziato nel gennaio 2019, ma non è aperto al pubblico se non a diplomatici ed è privo di ogni forma di trasparenza. Non si sa se gli imputati abbiano assistenza legale e, soprattutto, non è noto dove si trovino i resti del corpo di Khashoggi e se siano mai stati consegnati alla famiglia. Cinque degli imputati rischiano la condanna a morte.

Nonostante l’intensa politica di pubbliche relazioni messa in campo dal circolo di potere legato a bin Salman, tesa a promuovere le “riforme”, le autorità saudite continuano a reprimere la libertà di espressione. Sono almeno 30 i casi documentati da Amnesty international di prigionieri di coscienza condannati a pene da cinque a 30 anni di carcere solo per aver esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e manifestazione pacifica.

Tra questi vi sono Mohammad al-Qahtani, fondatore dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici, condannato a 10 anni e Waleed Abu al-Khair – che di anni di carcere ne sta scontando 15 – difensore dei diritti umani e avvocato del blogger Raif Badawi. Particolarmente forte è l’accanimento contro le attiviste per i diritti umani. Nonostante alcuni recenti rilasci, Loujain al-Hathloul, Samar Badawi (la sorella di Raif), Nassima al-Sada e Nouf Abdulaziz sono detenute arbitrariamente dal maggio 2018. Sei mesi fa, inoltre, sono stati arrestati almeno 14 esponenti della società civile, scrittori e parenti delle attiviste in carcere.

La pena di morte continua a essere usata come arma politica nei confronti della minoranza sciita, come nel caso dell’esecuzione di massa di 37 uomini nei mesi scorsi e di quella di altre 14 persone accusate di aver preso parte a manifestazioni contro il governo tra il 2011 e il 2012: uno di loro, Abdulkareem al-Hawaj, aveva 16 anni al momento dell’arresto. Amnesty International continua a battersi per scongiurare l’esecuzione di tre minorenni al momento del loro presunto reato: Ali al-Nimr, Dawood al-Marhoon e Abdullah al-Zaher.

Tornando a Khashoggi: alla vigilia della Supercoppa 2018 tra Juventus e Milan, il presidente della Lega Calcio di Serie A, Gaetano Miccichè, affermò in un’intervista che se il contratto con l’Arabia Saudita per la disputa di tre gare in cinque anni gli fosse stato sottoposto dopo quell’omicidio, non l’avrebbe sottoscritto.

La Lega Calcio di Serie A, la Juventus e la Lazio trovano giusto disputare l’edizione 2019 in Arabia Saudita?

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