Donald Trump non ha negato di aver parlato di Joe Biden e di suo figlio Hunter con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nell’ormai famosa telefonata del 25 luglio. E’ accaduto domenica, durante un colloquio avuto a Washington con i giornalisti prima di partire per il Texas. Un’implicita ammissione che riaccende il dibattito fra i democratici sulla possibilità di chiedere l’impeachment del presidente per aver chiesto ad un governo straniero di indagare su un suo rivale politico in vista delle elezioni presidenziali del 2020.

“Noi non vogliamo che nostre persone, come il vice presidente Biden e suo figlio, contribuiscano alla corruzione che già c’è in Ucraina”, ha affermato il capo della Casa Bianca parlando con la stampa. Il caso nasce da una rivelazione del Washington Post basata su una denuncia presentata da un alto funzionario dell’intelligence, secondo cui il una telefonata dal 25 luglio Trump avrebbe chiesto al presidente ucraino di riaprire una vecchia indagine per corruzione sul figlio del vice di Barack Obama. In cambio avrebbe promesso aiuti militari per 250 milioni di dollari.

Nel Partito democratico si è aperto il dibattito. Adam Schiff, il presidente della commissione dell’Intelligence della Camera protagonista del braccio di ferro tra Congresso e vertici nominati da Trump dell’intelligence per la testimonianza del whistleblower, ha detto che la messa in stato d’accusa “potrebbe essere l’unico rimedio” se veramente il presidente ha chiesto al leader ucraino di indagare per trovare materiale compromettente sull’ex vice presidente ed ora candidato democratico alla Casa Bianca.
Schiff, che finora si è sempre opposto alle richieste d’avvio delle procedure di impeachment sostenute dalla sinistra dem, ha detto che forse si sarà costretti a questo passo: “io voglio che il Paese comprenda che è l’ultima risorsa”. (segue)

Nancy Pelosi ha parlato di “nuovo grave capitolo di illegalità”, ma si mantiene cauta. La Speaker della Camera, che in questi mesi si è sempre opposta all’impeachment per il Russiagate come una misura rischiosa, ha inviato nel weekend una lettera ai democratici del Congresso riconoscendo che l’amministrazione Trump “entrerà in un nuovo capitolo di illegalità che ci porterà su tutt’altro livello di indagine”, se il capo dell’Intelligence, Joseph Maguire, che giovedì testimonierà al Congresso, continuerà a rifiutarsi di condividere le informazioni, citando il privilegio presidenziale.

La lettera, in cui la leader democratica sembra sbilanciarsi, senza nominarlo, sulla possibilità dell’impeachment, è arrivata dopo che Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata newyorkese diventata la leader della sinistra dem, ha affermato che “il più grande scandalo nazionale non è il comportamento del presidente che viola la legge, ma il rifiuto del partito democratico di avviare l’impeachment per questo”. Mentre un membro democratico della commissione Intelligence, Jim Hemes ha spiegato come “fare pressioni su un leader straniero con l’obiettivo di fargli fare il proprio lavoro politico, trovare del marcio su un avversario, è estorsione, è usare i fondi degli Stati Uniti e la fiducia pubblica per la tua corruzione personale”.

Il diretto interessato la definisce “una caccia alle streghe dei democratici”, ma al coro si uniscono anche due repubblicani. Bill Weld, candidato repubblicano alle presidenziali, accusa Trump di “tradimento“. La conversazione con Zelensky è l’ultima prova in ordine temporale che Trump non dovrebbe essere presidente, spiega Weld. D’accordo anche Joe Walsh, altro candidato repubblicano alla Casa Bianca, secondo il quale dovrebbe essere avviato l’impeachment.

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