La recente polemica su come gestire i rifiuti di bioplastica ha avuto un esito del tutto prevedibile: il ritorno del partito degli inceneritori che ripropone la magica soluzione che fa scomparire i rifiuti dalla vista, anche se non dall’atmosfera che respiriamo. C’è una ragione per questo ritorno: le ultime vicende hanno messo in luce i limiti, se non il fallimento, dell’attuale politica di gestione dei rifiuti urbani, tutta basata sulla raccolta differenziata e il riciclo.

Intendiamoci: riciclare i rifiuti è una cosa buona. E non bisogna nemmeno frasi imbrogliare dalle leggende che dicono che i rifiuti differenziati vengono poi rimescolati tutti insieme e buttati in discarica. Non è così, anzi, in anni di lavoro abbiamo creato un’infrastruttura di prim’ordine per trattare i rifiuti urbani: è un patrimonio di tutta la società che va valorizzato.

Tuttavia, è anche vero che ci sono dei limiti al riciclo dei rifiuti: tanto per darvi un’idea, in Italia nel 2016 si differenziava meno del 50% della plastica immessa sul mercato e non se ne riciclava più del 25%. Chiaramente, non basta per evitare di ritrovarsi poi le microplastiche nel piatto e nel bicchiere. Ma perché non riusciamo a far meglio di così? Non è per cattiva volontà o per incompetenza. E’ normale, anche se in altri casi si fa un po’ meglio di così. Per esempio, con la carta si differenzia circa l’88% degli imballi, ma si ricicla soltanto l’80%. Ma la carta è un materiale facile da riciclare: la plastica è un’altra cosa, ce ne sono tanti tipi diversi, con in più la faccenda delle bioplastiche a complicare le cose. Così, già la differenziazione è lontana dall’essere perfetta (andate a visitare un impianto di trattamento dei rifiuti per vedere la quantità di robaccia che la gente butta dove non dovrebbe buttare: io l’ho fatto molte volte, è impressionante). Poi c’è un problema di costo dovuto a un principio economico ben noto: quello dei ritorni decrescenti. Riciclare un po’ è facile, riciclare molto comincia a costare caro. Riciclare moltissimo costa carissimo.

Così, sta succedendo che il riciclo dei rifiuti comincia a diventare un peso sulle finanze dei i cittadini già in difficoltà in un momento di contrazione economica. Da qui è nata la polemica sulle bioplastiche: gli impianti di compostaggio esistenti non riescono a trattarle, occorrerebbero impianti nuovi. Ma chi paga? Ovvio: il cittadino. Vedete il problema.

Allora, cosa fare? Bruciare tutto come vogliono fare gli inceneritoristi? Non necessariamente. Si può fare meglio di così con una buona gestione dei rifiuti urbani che si basa non solo sul riciclo, ma sui tre pilastri fondamentali dell’economia circolare: il riciclo, il riuso, e il non-uso. Il problema è che in Italia le politiche di riuso e non-uso sono quasi inesistenti. Lo si è visto con la recente polemica sulle stoviglie usa-e-getta. Invece di muoversi verso stoviglie riusabili, la soluzione proposta è stata l’uso di materiali (teoricamente) compostabili, ma sempre usa-e-getta.

Ma riuso e il non-uso sono soluzioni che non richiedono impianti e trattamenti complessi e i costi per il cittadino sono minori. In Germania, per esempio, si tende a recuperare le bottiglie di plastica molte volte prima di riciclarle. Allora, perché non si fa da noi? Può darsi che la ragione sia il meccanismo perverso delle lobby che premono per le soluzioni che portano il maggior ritorno economico, ma non necessariamente le migliori. Il riciclo dei rifiuti non sarebbe certamente l’unico caso in cui l’interesse di una lobby non coincide con l’interesse del cittadino.

Comunque, non disperiamo. Il fatto che siamo arrivati al limite del riciclo vuol dire che dobbiamo renderci conto della necessità di cambiare. Già ci da una robusta mano la Commissione europea che ha detto chiaramente che, compostabile o no, l’usa e getta deve sparire dal 2021. Da qui, possiamo andare avanti. Bottiglie del latte in vetro riusabili come si faceva una volta? Perché no?

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