La Procura di Livorno ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex sindaco di Livorno Filippo Nogarin (M5s) al termine dell’inchiesta sull’alluvione che due anni fa colpì la città causando 8 morti. I pm hanno chiesto il processo anche per l’allora capo della protezione civile del Comune livornese, Riccardo Pucciarelli, che fino al luglio scorso è stato anche comandante della polizia municipale. Per entrambi l’accusa è omicidio colposo plurimo. Nogarin su facebook si è detto “sollevato”. “Finalmente – scrive – sarà un giudice terzo e dunque indipendente a valutare i fatti e i documenti e ad esprimersi sul mio operato. Perché tutti i cittadini di Livorno, a cominciare da chi in quelle ore ha perso un conoscente, un amico, un familiare, hanno il diritto di avere giustizia. E io continuo a credere profondamente nella giustizia”.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore Ettore Squillace Greco con i pm Giuseppe Rizzo, Antonella Tenerani e Sabrina Carmazzi, è stata chiusa alla fine del 2018 quando entrambi gli indagati (ora imputati) avevano chiesto di essere sentiti dalla magistratura. Dopo questi interrogatori i pm hanno effettuato altri accertamenti prima di chiedere di mandare a processo i vertici della gestione dell’emergenza della notte tra il 9 e il 10 e settembre 2017.


A provocare la morte degli 8 livornesi fu l’esondazione di due corsi d’acqua, il Rio Ardenza e il Rio Maggiore. Il grosso delle polemiche fu sulla preparazione e sulla gestione dell’emergenza nelle ore in cui i due canali stavano esondando nonostante l’allerta arancio arrivata dalla Regione il giorno prima e i ripetuti allarmi di quella stessa notte provenienti sempre dal centro meteorologico regionale. La macchina organizzativa del Comune infatti non fece niente per avvertire di persona i residenti nelle aree a più alto rischio idrico di cui la struttura comunale e in particolare della protezione civile (il cui responsabile per legge è sempre il sindaco) erano a conoscenza.

Al termine dell’inchiesta era caduta l’ipotesi di reato di disastro colposo perché la perizia firmata dai 5 consulenti della Procura aveva concluso che non erano state riscontrate irregolarità nella progettazione urbanistica e nella manutenzione di fiumi e corsi d’acqua.

Nelle conclusioni della magistratura, a dicembre, all’ex sindaco veniva contestata tra le altre cose la mancata approvazione del consiglio comunale del nuovo piano di protezione civile che conteneva tutti i dati relativi ai residenti in zone ad alto rischio (circa 4500 persone). Quel piano era stato infatti approvato dalla giunta Nogarin nel gennaio 2017, ma il sindaco – questa la contestazione – non lo portò mai all’esame dell’assemblea cittadina per farlo diventare operativo, circostanza che ilfattoquotidiano.it raccontò nei giorni successivi al disastro. Ma non solo: i pm attribuiscono a Nogarin anche la responsabilità di aver smantellato la struttura comunale della Protezione Civile, guidata da un dirigente geologo “con esperienza ultradecennale” (Leonardo Gonnelli), peraltro principale autore del piano mai approvato. Nell’agosto 2017 l’allora sindaco lo sostituì dopo 11 anni di esperienza in quel settore con il comandante dei vigili urbani, Pucciarelli, riducendo peraltro lo staff dedicato alla protezione civile – sempre secondo i pm – e componendolo di due addetti esperti insieme con due semplici amministrativi.

Fin qui gli atti dell’ex sindaco fino al 9 settembre. Ma i magistrati contestano a Nogarin anche il comportamento della notte tra sabato e domenica, 9 e 10 settembre. Anzi, il mancato comportamento.

Nogarin infatti non partecipò a nessuna decisione né azione della struttura della Protezione civile, della quale è il vertice per legge, durane l’intera notte in cui un evento definito dai periti come “eccezionale, con una possibilità di ritorno addirittura di mille anni” sconvolgeva tutta la parte sud del capoluogo toscano. Nogarin ha sempre risposto sostenendo di essere rimasto a casa e non aver contattato i suoi collaboratori perché non era mai stato avvertito dai tecnici del Comune di turno (in realtà un solo dipendente, un geometra, si ritrovò a gestire praticamente da solo un’emergenza immane). Il punto dell’accusa, però, è che la Regione aveva mandato un’allerta arancio già dal pomeriggio del sabato e i primi allagamenti si erano verificati già nella serata. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre ci furono 75 allarmi su tutta la provincia e di questi, 20 solo per Livorno. “Soriani (il geometra, ndr) era da solo a gestire una città con 160mila abitanti – disse il capo della Protezione civile provinciale Angelo Mollo in un’audizione in Comune – e se faceva una cosa, non avendo il dono dell’ubiquità, non poteva farne un’altra”.

“Il sindaco – si legge nell’avviso di conclusione delle indagini di cui riferì ilfatto.it a dicembre – ometteva qualsivoglia attività di previsione e prevenzione a lui affidata dalla legge non assumendo la direzione e il coordinamento dei servizi di emergenza, tanto da non dare neanche il prescritto avviso al Prefetto”. E una volta a casa (tra l’altro in una zona battuta duramente dal maltempo perché proprio nel quadrante sud della città) omise fino al mattino successivo, come sottolineano i magistrati, “ogni tipo di contatto con i servizi di Protezione civile”.

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