Come e dove si è costruito negli anni passati. Come erano stati puliti gli argini. Se le casse di espansione hanno funzionato bene. Ma anche se la macchina della Protezione Civile del Comune si è mossa in modo sufficiente e responsabile, dai vertici ai tecnici. Sono alcuni punti dei tre filoni investigativi seguiti dall’inchiesta sull’alluvione di Livorno, che il 10 settembre provocò 8 morti. Il primo filone: la progettazione urbanistica. Il secondo: la “manutenzione” dei corsi d’acqua. Il terzo: l’intervento dei soccorsi durante quella notte. Al momento non risultano indagati, ma la Procura di Livorno ha ancora 3 mesi perché l’intenzione dei magistrati è terminare l’inchiesta entro i termini, cioè alla scadenza dei 6 mesi.

Pochi giorni prima la super-perizia firmata da 5 ingegneri – come ha scritto il Tirreno – dovrebbe arrivare sulle scrivanie di Antonella Tenerani e Giuseppe Rizzo, i pm titolari delle due inchieste, una per ciascuno dei corsi d’acqua esondati, il rio Maggiore e il rio Ardenza. Gli esperti avrebbero dovuto consegnare la relazione a metà dicembre, ma hanno chiesto altri 80 giorni. Quando la consulenza sarà a disposizione dei magistrati, insomma, il fascicolo potrebbe vedere i primi iscritti nel registro degli indagati. Una variabile, in questo caso, riguarda i reati che regolano il rispetto delle norme edilizie e della tutela degli aspetti idrogeologici che potrebbero risultare prescritti.

Dal passato sviluppo urbanistico – dove e come si è costruito negli anni ed eventuali irregolarità connesse – alle più recenti pulizie degli argini dei fiumi e la loro regimentazione, gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico sul territorio, il corretto funzionamento delle casse di espansione: bacini artificiali che servono a contenere l’acqua in eccesso dei fiumi in caso di straripamento. Quelle di Livorno, dopo varie modifiche ai progetti, furono costruite per contenere piogge che possono verificarsi ogni 200 anni. Anche per questo uno dei tre filoni d’indagine degli inquirenti e dei periti della Procura livornese riguarda la prevedibilità o meno di un nubifragio come quello di tre mesi fa. Quella notte sulla città toscana sono caduti in poche ore 230 millimetri d’acqua: un fenomeno che stando ai dati attuali non si verificherà prima di altri 500-1000 anni. Resta da capire, visti i cambiamenti climatici degli ultimi decenni, se i calcoli e le formule su cui si basano questi parametri di valutazione siano ancora attuali.

E poi i soccorsi. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre ci furono 75 allarmi su tutta la provincia e di questi, 20 solo per Livorno, come ha detto alcune settimane fa Angelo Mollo, capo della Protezione Civile provinciale, durante un’audizione davanti alla commissione d’indagine del Comune di Livorno. “Soriani era da solo a gestire una città con 160mila abitanti – ha detto Mollo ai commissari – e se faceva una cosa, non avendo il dono dell’ubiquità, non poteva farne un’altra”. Soriani è l’unico tecnico della Protezione Civile comunale rimasto presente durante le segnalazioni di allerta e poi durante tutta l’emergenza fino alle 7. Un impiegato di livello C, un geometra. Ha gestito (ha cercato di gestire) tutto da solo, finché non ha potuto che arrendersi. Sia Mollo che Soriani, insieme a molti altri, sono stati sentiti dalla Procura come persone informate sui fatti. Così come è stato sentito Leonardo Gonnelli, ex capo della Protezione Civile per 11 anni e poi trasferito all’ufficio Ambiente dal sindaco Filippo Nogarin proprio un mese prima la tragedia. Il sindaco in quell’occasione aveva anche rivoluzionato tutta la struttura della Protezione civile comunale. “Il sindaco dev’essere in plancia, coadiuvato dalla struttura che si è dato” disse proprio Gonnelli durante la sua audizione in commissione in Comune. Ma certo è che – specie se la situazione cambia nel tempo – il sindaco va “sempre sentito – aggiunge Gonnelli – Bisogna telefonargli. Bisogna prenderlo, anche con i carabinieri. Bisogna cercare il vicesindaco, un assessore, perché la giunta non può essere esclusa dalle decisioni. E oltre all’allerta telefonica per i cittadini ci sono tanti altri metodi: l’allerta acustica, con gli altoparlanti, si pigiano i campanelli delle case della gente”.