“La Protezione civile la puoi mettere anche a Villa Serena, ma a Villa Serena non con gli assistenti sociali, ma con un personale che abbia le competenze”. Villa Serena, a Livorno, è una casa di riposo e con la protezione civile non c’entra niente. Ma il paradosso – molto livornese nello stile – è il centro del ragionamento dell’ex capo della Protezione civile della città, nella prima audizione della commissione d’indagine del consiglio comunale sull’alluvione della notte tra il 9 e il 10 settembre, a causa della quale morirono 8 livornesi. Il ragionamento che spiega il paradosso è questo: la Protezione Civile può essere trasferita in qualsiasi ufficio del Comune, ma deve avere persone pronte ed adeguate a leggere carte e situazioni. E in questo processo “il sindaco deve essere in plancia“, ha aggiunto il dirigente del Comune, ascoltato per quasi 3 ore dai consiglieri comunali che cercano di capire se e cosa non è andato nel lavoro della Protezione civile locale. L’ex dirigente della Protezione civile di Livorno si chiama Leonardo Gonnelli, di mestiere fa il geologo e per 11 anni ha guidato la macchina delle emergenze dell’amministrazione, prima all’interno dell’ufficio Ambiente e poi con una struttura autonoma. Ad agosto – un mese prima del disastro che ha messo in ginocchio Livorno – il sindaco Filippo Nogarin lo ha trasferito all’ufficio mobilità, sensi unici e rotatorie, smembrando anche la struttura organizzata da Gonnelli fino a quel momento per “affiancarla” – più concretamente inserirla – nell’ossatura della polizia municipale. Gli assistenti sociali – nel paradosso iniziale – sono come i vigili urbani.

La Procura al lavoro su tre piste (allarme compreso)
Nelle scorse settimane Gonnelli è stato sentito almeno due volte (per un totale di 7 ore) da uno dei pm che coordina l’inchiesta sull’alluvione, Giuseppe Rizzo. I filoni seguiti dalla Procura – sotto il coordinamento del capo Ettore Squillace Greco – restano tre. Il primo: l’eventuale mancato allarme, le mancanze della gestione dell’emergenza, protocolli non rispettati, negligenze. Il secondo: l’eventuale ruolo dello sviluppo urbanistico, se è stato eccessivo, se le abitazioni sono state costruite troppo vicine agli argini dei canali esondati, se e quale peso hanno avuto i fiumi tombati. Lo stesso procuratore ha spiegato ai giornali di essersi accorto in prima persona, la mattina del disastro, di una città spaccata in due: i quartieri sud in crisi e quelli del centro-nord della città senza particolari danni. Nel caso del peso della cementificazione l’ulteriore complessità sarà capire se i reati sono prescritti, visto che molte di quelle autorizzazioni edilizie sono di un passato anche remoto. Terzo punto, infine: la pioggia che è caduta si può considerare davvero un “evento eccezionale” e “imprevedibile“, come da settimane dicono tutti? Visto che dei cambiamenti del clima si parla ormai da anni e visti i numerosi episodi tra la costa ligure e toscana almeno negli ultimi 20 anni, è giusto ritenere che eventi come quello del 9 e 10 settembre avvengano “di rado“, siano un’eccezione, qualcosa di “sorprendente”? Nessuna di queste tre “piste”, spiegano fonti giudiziarie, è privilegiata. Ma tutte saranno oggetti delle relazioni che alcuni periti – almeno 5 – saranno chiamati a consegnare nelle prossime settimane ai magistrati.

Il segreto delle pedine-chiave
Proprio per via dell’esistenza dell’inchiesta della Procura le audizioni del consiglio comunale sono “viziate” dalla necessità della tutela del segreto istruttorio. Così il comandante dei vigili urbani Riccardo Pucciarelli – da poco più di due mesi al vertice della Protezione civile livornese – si è schermato dietro il report anche un po’ superficiale che il Comune ha diffuso nei giorni successivi all’alluvione, mentre Luca Soriani – il funzionario di turno nella notte della tempesta – ha solo letto una nota, negandosi alle domande dei consiglieri proprio per tenere fede al giuramento del silenzio richiesto dalla magistratura.

Gonnelli ha scelto di rispondere con ragionamenti “di scuola”, senza cioè entrare nel merito degli interventi dell’alluvione ma disegnando gli schemi e le aree di movimento della macchina della Protezione civile comunale. Inevitabile però che il contributo “tecnico-accademico” sia finito nel concreto, si sia legato all’alluvione di un mese fa. I concetti principali sono stati tre: primo, il sindaco è un elemento fondamentale che non può mancare nella gestione di un’emergenza di Protezione Civile; due, il sindaco decide consigliato e sostenuto dallo staff che lui stesso ha scelto per quella funzione; tre, in caso di allerta di codice arancio (proprio il grado emanato dalla Regione proprio per il fine settimana che 5 settimane fa ha sconvolto Livorno) prevede un dispositivo preciso di operazioni da mettere in pratica, tra le quali anche l’allertamento dei cittadini. Tre punti che si tengono l’uno con l’altro.

Il sindaco in plancia
“Il sindaco dev’essere in plancia, coadiuvato dalla struttura che si è dato” dice Gonnelli sollecitato dai consiglieri. Lo dicono – aveva spiegato poco prima – due leggi (l’ultima del 2012 che ha ribadito e rafforzato quanto deciso nel 1992) secondo le quali è il sindaco a essere responsabile della protezione civile di un territorio. E’ il sindaco anche la pedina fondamentale per prendere alcune decisioni per esempio nel protocollo di interventi previsti in caso di codice arancio. Gonnelli aggiunge che sia nel vecchio piano di protezione civile (scaduto a fine 2016) sia in quello revisionato, pronto da gennaio ma mai portato al voto in consiglio comunale il ruolo del sindaco è basilare. “Dirigente della Protezione civile e sindaco sono la stessa cosa – spiega il geologo – Non è che il dirigente è una cosa e il sindaco un’altra. Il dialogo è costante, perché è il sindaco che governa la città”. E’ un passaggio che ai consiglieri interessa molto perché il sindaco Filippo Nogarin è diventato operativo, molte ore dopo l’inizio dell’emergenza. “Sono stato avvertito alle 6,46 dal capo di gabinetto” ha raccontato, spiegando di aver dovuto cercare segnale per il cellulare spostandosi a piedi dalla sua abitazione di Antignano, quartiere residenziale nel sud della città. E infatti il gruppo di maggioranza dei Cinquestelle chiede: “Perché nessuno ha ritenuto di avvisarlo, in tutti i modi e con i mezzi possibili?”.

I precetti dell’allerta arancio
La lente dunque si sposta un po’ più indietro nel tempo. Com’è stato affrontato l’allerta di colore arancio dalla Protezione civile di Livorno? La macchina era pronta, c’era un grado di attenzione adeguato? E poi com’è stato possibile che nessuno abbia avvertito il sindaco per ore? “L’allerta arancio – spiega Gonnelli – dopo una delibera della Regione del 2015 prevede una serie di procedure: a, b, c, d, e, f eccetera. Tutte assorbite nel nuovo di piano di protezione civile (quello mai discusso dal consiglio, ndr). Prevede che ci siano anche le telefonate agli abitanti. Non è un codice che permette di dire: ‘Vediamo se il tempo migliora’. Quelle cose si fanno”. In un anno, spiega l’ex capo delle emergenze, si verificano 15-18 allerta color arancio. E solo nel 10 per cento dei casi, è vero, si realizzano vere criticità. Ma questo test va fatto ogni volta, dice Gonnelli, non c’è spazio di scelta. Anzi: “I quattro colori di allerta – aggiunge Gonnelli – li devono sapere anche i bimbi che vanno a scuola perché è evidente che questi stati di allerta devono entrare nella testa delle persone. Se lo deve sapere la cittadinanza, figuriamoci gli attori: la protezione civile, il sindaco e le associazioni di volontariato”. L’ignoranza non è ammessa, insomma: “Anche voi consiglieri comunali non potete sapere tutto – prosegue il tecnico – ma se c’è una cosa che ho capito è che tutti dovrebbero sapere qualcosa di Protezione civile”. E rispetto a quel protocollo, dunque, il “Cesi” – cioè il centro situazioni, una sala operativa h24 – è stato convocato solo per le 7 del mattino dopo (cioè 7 ore dopo l’inizio dell’allerta), mentre le telefonate di allerta agli abitanti non sono mai partite. Resta da capire se questo avrebbe cambiato il corso degli eventi. Ma certo è che – specie se la situazione cambia nel tempo – il sindaco va “sempre sentito – aggiunge Gonnelli – Bisogna telefonargli. Bisogna prenderlo, anche con i carabinieri. Bisogna cercare il vicesindaco, un assessore, perché la giunta non può essere esclusa dalle decisioni. E oltre all’allerta telefonica per i cittadini ci sono tanti altri metodi: l’allerta acustica, con gli altoparlanti, si pigiano i campanelli delle case della gente”. Quella notte, di sicuro, non è stato fatto niente di tutto questo.

Il progetto “d’eccellenza” inserito tra i vigili
Ma il sindaco – che in questo scenario è il fulcro della gran parte delle scelte – non può decidere da solo, deve sostenersi sulla competenza dello staff e della struttura che lui stesso ha scelto di dedicare alla macchina. In questo senso Gonnelli – che ha lavorato per 8 anni con giunte Pd e per 3 con quella M5s – ha ricordato com’era la struttura della Protezione Civile come l’ha guidata fino ad agosto, quando Nogarin ha cambiato tutto. Un progetto nato nel 2014 che prendeva spunto dall’organizzazione della Protezione Civile a tutti i livelli, a partire da quello nazionale: lì è all’interno degli uffici di Palazzo Chigi, per un Comune mettiamolo nello staff del sindaco. La struttura realizzata sotto il coordinamento di Gonnelli prevedeva 6 persone che si occupavano di pronto intervento e altre 4 che si concentravano sulla prevenzione, cioè sulla lettura e l’evoluzione degli eventi. Due segmenti che si univano nel caso di emergenze e che prevedevano varie professionalità per far fronte anche a eventuali ferie, malattie, contrattempi. Una struttura, ricorda Gonnelli, che aveva dato alla Protezione civile livornese il primo premio tra 184 Comuni e che era ritenuto “d’eccellenza” in Toscana. Ad agosto, però, il cambio deciso da Nogarin che ha messo l’ufficio della Protezione civile sotto il comando della polizia municipale. Come succede a Roma, a Torino, a Firenze, a Bologna, a Bari. “Che però sono città metropolitane: nella Capitale ci sono 17 Municipi – dice Gonnelli – A Livorno l’effetto è stato che gli operativi sono stati messi sotto alle dipendenze dei vigili urbani, mentre la parte della ‘prevenzione‘ è stata smantellata“. Per il dirigente del Comune, così facendo, non si è creata una Protezione Civile “allargata, ma tesa al soccorso e al ripristino della situazione senza valorizzazione per la prevenzione”. E’ un fatto, invece, che durante l’intera notte del disastro ci fossero due elementi dello staff in ferie e che il sindaco e il comandante dei vigili urbani – nuovo capo della protezione civile – non siano stati operativi fino alle 7 del mattino. Per ore l’unico responsabile è stato un impiegato di livello C, un geometra.