“Complicità in crimini di guerra”: è questa l’accusa contenuta nel rapporto che un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha redatto a oltre quattro anni dall’inizio della campagna militare della coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in Yemen. I complici sono quei governi che dal marzo 2015 hanno inviato armi alla coalizione: Francia, Gran Bretagna e Usa in primo luogo (l’Italia ha deciso di cessare le forniture solo due mesi fa).

Il gruppo di esperti delle Nazioni Unite, istituito due anni fa dal Consiglio Onu dei diritti umani, ha compilato un elenco di circa 160 sospetti criminali di guerra: sauditi, emiratini, gruppi yemeniti loro alleati e, dall’altra parte, il gruppo ribelle armato houthi. L’elenco, non pubblico, è stato trasmesso all’ufficio dell’Alta commissaria per i diritti umani. Forse è il segno della volontà di attivare meccanismi della giustizia internazionale.

Il rapporto del gruppo di esperti mette sotto accusa la condotta militare di tutte le parti in conflitto: i bombardamenti dell’aviazione saudita (l’ultimo dei quali, all’inizio del mese, ha fatto un centinaio di morti), le efferate torture compiute dalle forze degli Emirati e dai loro alleati locali; l’impiego di mine antipersona e di mine anticarro, spesso collocate prive di insegne in luoghi frequentati dai civili, da parte degli huthi.

Nulla di nuovo per chi segue regolarmente le vicende dello Yemen, anche attraverso questo blog, ma è importante che le Nazioni Unite riecheggino le denunce che da tempo fanno le organizzazioni non governative e le agenzie umanitarie che documentano sul posto i crimini di guerra e che cercano di alleviare le sofferenze di una popolazione disperatamente dipendente dagli aiuti umanitari.

Tra marzo 2015 e giugno 2019 le Nazioni Unite hanno documentato la morte di almeno 7292 civili (tra cui quasi 2mila bambini). I feriti sono stati almeno 11.630 (tra cui oltre 2,5mila bambini). Dietro l’avverbio “almeno” potrebbero nascondersi numeri purtroppo molto più alti.

Al rapporto degli esperti delle Nazioni Unite si affianca quello odierno diffuso da Amnesty International (lo troverete nel corso della giornata sul sito dell’organizzazione), che accusa i principali produttori mondiali di armi di non far nulla per scongiurare il rischio che i loro prodotti siano usati per compiere violazioni dei diritti umani e crimini di guerra.

Molti di questi produttori – tra cui BAE Systems, Boeing, Lockheed Martin, Raytheon – forniscono armi ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. L’italiana Leonardo, già Finmeccanica, fa parte del consorzio europeo che produce l’Eurofighter Typhoon per l’aviazione saudita.

Le aziende di questo settore sono tipicamente avare di informazioni quando si tratta di far sapere come applicano la dovuta diligenza applicata nella valutazione dell’impatto delle proprie forniture. Ma su una cosa sono concordi: nel togliersi di dosso ogni responsabilità, affermando che questi trasferimenti sono autorizzati dai rispettivi governi.

È il cane che si morde la coda: nascondersi dietro le autorizzazioni dei governi non è sufficiente, soprattutto quando i meccanismi di autorizzazione sono carenti e i governi che emettono le autorizzazioni sono a loro volta messi sotto accusa per la loro complicità nei crimini di guerra. Le aziende sembrano dimenticare anche l’esistenza dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, adottati all’unanimità dal Consiglio Onu dei diritti umani nel 2011.

Sulla base di tali Principi, tutte le imprese hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani e, a tale scopo, di applicare diligenza dovuta sui diritti umani per identificare, prevenire, mitigare e rendere conto sull’impatto potenziale e concreto delle loro attività.

Per di più, la continua evoluzione dei concetti legali di “complicità aziendale” in crimini di diritto internazionale e di “favoreggiamento” degli stessi potrebbe in futuro riguardare anche i produttori di armi. Sarebbe un passo avanti.

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