Uno “zingaro” che scippa la Coppa Volpi al Joker. Tra villain ci si capisce. Ma il colpo gobbo che Luca Marinelli ha tirato a Joaquin Phoenix qui al Festival del Cinema di Venezia sa di audace. Il suo Martin Eden, portuale romantico e sgrammatico, furioso e decadente, con quella recitazione tutta sopra le righe (nella seconda parte sembra Carmelo Bene) gli calza a pennello. Romanissimo di nascita e ora berlinese quasi d’adozione, il 35enne che qui al Lido si è presentato con baffetti “diabolici”, in quasi dieci anni di lavoro ha interpretato già diciassette film.

Ma gli sono bastati il ruolo del cattivissimo “zingaro” ne Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e il Fabrizio De André romaneggiante in Principe Libero a renderlo divo assoluto, amato soprattutto da masse di fan adoranti. L’esordio è nel 2010 con Alba Rohrwacher nell’argentiano La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo. Una prima interpretazione di livello, ma immersa in un’atmosfera davvero cupa, tanto che è difficile mettere in risalto i suoi occhioni chiari.

Seguono alcuni passi falsi e nel 2012 forse il suo ruolo più bello, misurato, intenso, in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì. Un portiere d’albergo, superlaureato e genio del latino, incapsulato nella difficile arte della sopravvivenza economica dell’Italia di oggi. Di fianco a lui un uragano come Tony. Film imperdibile, da recuperare al più presto, che gli fa ricevere le prime nomination ai David di Donatello. Ne La grande bellezza fa una piccola parte da figlio pazzo e offre un full frontal insanguinato che molti ancora ricordano e mettono in loop. Nel 2015 fa coppia con un altro talento emergente, Alessandro Borghi, nel film maledetto di Claudio Caligari, Non essere cattivo. È da lì che in qualche modo nasce il personaggio dello “zingaro” di Jeeg, definitivo trampolino di lancio per una carriera ora tutta in discesa. Schivo, riservato, lontano da feste mondane e riflettori dello showbiz, Marinelli gira alla larga dai progetti più semplici ma non disdegna un cinema autoriale e popolare, tanto che il prossimo Diabolik in tutina nera e occhi azzurri lo farà scalare ulteriormente tra i visi e i corpi del nuovo secolo.

“Fratelli Abbate?”. “Dica!”. Come si fa a non ricordare Franco Maresco partendo dai tableau vivants (non li fa mica solo Roy Andersson) di Cinico Tv? La sua voce fuori campo, il lavoro spalla a spalla con Daniele Ciprì, la passionaccia brutta per Palermo e la Sicilia. Un pezzo di storia dell’audiovisivo contemporaneo che non poteva non impressionare una giuria internazionale. Il suo cupo mockumentary, la sua ibridazione continua tra realtà e finzione, trova il suo apice ne La mafia non è più quella di una volta, un j’accuse polanskiano totalizzante che circumnaviga l’omertà siciliana, anzi palermitana, di fronte al rifiuto in pubblico della mafia.

Maresco cerca di svellere le sue amare certezze ma ancora una volta il presente, ma soprattutto il futuro, rispondono con foschi presagi. Belluscone nel 2014 era già stato premio speciale nella sezione Orizzonti, e forse conteneva qualche segnale più positivo, più ottimista. Oggi, invece, Maresco va oltre, coinvolgendo in quel clima d’omertà perfino il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Il 61enne che negli anni ottanta lavorava come montatore in una tv palermitana trova il successo finendo con i suoi spezzoni in bianco e nero di Cinico Tv nel Blob di Enrico Ghezzi. Da lì, assieme a Ciprì, il passo è breve. Nel 1995 è l’ora de Lo zio di Brooklyn, film senza interpreti femminili (ci sono uomini vestiti da donna), un rapporto sessuale tra una contadina e un’asina, e perfino un peto, conferma un surrealismo irriverente, totalmente finzionale, che volenti o nolenti rappresenta un’autentica novità nell’asfittico cinema italiano.

Quando nel ’98 esce Totò che visse due volte si prende un “vietato a tutti” dalla censura ministeriale. Un film maledetto, su un’umanità affranta, con tanto di terzo episodio sul Messia che scatena le ire dei cattolici. Nel 2004, prima della separazione da Ciprì del 2008, ecco il documentario puro Come inguaiammo il cinema italiano – La vera storia di Franco e Ciccio, presentato Fuori Concorso a Venezia. Quando poi comincerà a lavorare da solo, nel 2010 propone il bellissimo Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz, andando a recuperare frammenti di vita del jazzista italo-americano Anthony Joseph Sciacca. Un lavoro d’archivio, estremamente pudico, che ha poco a che fare con il ciclone Belluscone che arriverà nel 2014.

Maresco non accompagna mai i suoi film ai festival. Si defila, si nasconde, sta lontano dalle noie e dalla noia del circo mediatico. I suoi film parlano da soli, e con quelli devi fare i conti. Dicono sia depressione. Di sicuro Franco Maresco è un pessimista cosmico. E solo i grandi poeti maledetti sanno raccontare, magari anche sorridendo, in maniera grottesca e inquietante, la pancia profonda di un angolo specifico di mondo facendolo risultare universale.

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