di Riccardo Mastrorillo

Le nostre preoccupazioni sulla tenuta della democrazia rappresentativa, il richiamo continuo alla democrazia liberale, alla difesa delle istituzioni parlamentari, hanno sempre avuto un afflato e un’attenzione internazionale. In questi giorni, anche nella culla della democrazia parlamentare, in quella che per alcuni è sempre stata la Sancta sanctorum della religione della libertà, cioè Westminster, è stato condotto il più grave e pericoloso attacco alla democrazia.

Dopo le dimissioni della premier Theresa May, senza alcun passaggio elettorale, per la seconda volta nel corso della legislatura è diventato primo ministro l’ultra conservatore Boris Johnson. Non si tratta di un rigido conservatore alla, per capirsi, Margaret Thatcher: Johnson è un sovranista convinto, espressione di una concezione retriva di democrazia illiberale, esattamente come Orban in Ungheria e Salvini in Italia. Le responsabilità di una scelta tragica e disperata da parte dei conservatori inglesi è enorme. Gli iscritti al Partito conservatore lo hanno preferito, con il 66% dei voti, all’europeista Jeremy Hunt, aprendogli la porta per Downing Street.

Il 28 agosto 2019 Johnson ha chiesto alla regina Elisabetta II di sospendere i lavori del Parlamento, dal 10 settembre al 14 ottobre, al fine di impedire al Parlamento l’approvazione di una legge che impedisca l’uscita senza accordo dalla Comunità europea. Per i meccanismi consuetudinari costituzionali la Regina non ha potuto opporsi; nei giorni successivi la sterlina è crollata; il presidente della Camera dei Comuni, John Bercow, ha definito la scelta di Johnson un “oltraggio alla Costituzione”; Ruth Davidson, leader del partito conservatore scozzese e George Young, capogruppo dei Tory alla Camera dei Lord, si sono dimessi; una petizione contro la sospensione del Parlamento ha raccolto in pochissimi giorni oltre un milione di firme.

Al di là delle posizioni sulla Brexit, tema sul quale ci siamo già più volte espressi, ma che per questa volta vogliamo accantonare, il fatto in sé ha dell’incredibile. Non si tratta di un escamotage qualsiasi, ma di una forzatura oltre il limite. La Corte Suprema inglese stabilì infatti la necessità che la Brexit fosse approvata dal Parlamento; è in corso una trattativa con l’Unione europea; gli accordi finora raggiunti sono stati inequivocabilmente bocciati dal Parlamento, al punto che venne prorogata, al 31 ottobre prossimo, la data di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea.

Ci preme sottolineare che alle ultime Elezioni europee il partito conservatore è stato quasi cancellato dagli elettori, che si sono largamente espressi per partiti più o meno moderatamente europeisti. Nessuno in Inghilterra ha protestato perché, senza elezioni, un altro conservatore fosse diventato primo ministro. Nessuno più invoca il voto popolare, consultivo, voluto da David Cameron per esprimere se rimanere o lasciare l’Unione europea (voto che diede una maggioranza risicata a favore del lasciare), anzi: il Partito Laburista ha proposto di ripetere la consultazione.

Il confronto è tutto ed esclusivamente interno al Parlamento, mentre il paese reale ha già esplicitamente dato tutti i segnali di un chiaro ripensamento. Un Parlamento spaccato e confuso sulla Brexit ma che ha affrontato in questi mesi dibattiti e confronti trasparenti e profondi sul tema. Dimostrando chiaramente che non vi fosse una maggioranza parlamentare disposta a un’uscita senza accordo.

Quello che appare chiaramente è la concezione che Boris Johnson ha del Parlamento: un inutile orpello da estromettere pur di raggiungere lo scopo. In un paese in cui alla scadenza naturale si sono svolte elezioni anche durante la guerra, in un paese in cui le scelte più importanti sono state sempre deliberate dal Parlamento. Non è un caso che Johnson sia nato negli Stati Uniti e che – anche esteticamente – assomigli molto a Donald Trump, altro leader che, in più occasioni, ha dimostrato un incontrollabile fastidio nei confronti del Parlamento. Non è un caso che questo episodio profondamente incivile e illiberale si svolga in questo periodo storico.

Per nostra fortuna i leader illiberali sono anche sovranisti e difficilmente potranno costruire una saldatura internazionale; ma una nuova concezione culturale – alcuni la chiamano “democratura” – si sta facendo strada nella pratica politica occidentale. Contro questa concezione è indispensabile un’alleanza per la democrazia liberale, questa sì internazionale e soprattutto che riesca a unire, almeno nella difesa di pochi indiscutibili principi, tutte le famiglie politiche europee.

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