No alle primarie, sì a Zingaretti capo politico e candidato premier. “Alleati permettendo” però, altrimenti c’è la carta Gentiloni “oppure una donna”. Tutto, ma sicuramente “no al governo tecnico” o a un Conte bis, “anche se lo chiede Mattarella” perché “ci logorerebbe”. Il day-after della crisi di governo sul fronte Pd è un susseguirsi di riunioni e telefonate. Il segretario ha già riunito i suoi e sta dettando la linea, anche perché i tempi potrebbero essere strettissimi e Matteo Renzi ha già cominciato la sua offensiva mediatica per provare a scompaginare i piani del titolare del Nazareno e presentarsi alle primarie.

Dalle parti di Zingaretti le idee sembrano chiare. Sullo smartphone del governatore laziale è arrivato di buon’ora il sondaggio Ipsos, lanciato in mattinata da Agorà Rai: il Pd è al 25,5% contro il 17,8% del M5S, mentre la coalizione con Europa Verde (1,9%), +Europa (3,5%) e La Sinistra (2%) raggiunge quota 32,9%. “E’ un’ottima base di partenza, dimostra che la nostra linea funziona”, ha commentato il segretario, secondo quanto raccontano a IlFattoQuotidiano.it alcuni parlamentari molto vicini alla maggioranza dem. Una lettura ottimistica, nonostante dall’altra parte la Lega raggiunga il 36% e con Forza Italia e Fratelli d’Italia il centrodestra sfondi quota 50%.

Il segretario deciso: “Elezioni subito” – Eccoli, dunque, i punti fermi del Nazareno. Il primo assunto è che ad oggi il Pd non è disponibile all’appoggio esterno a un ipotetico Conte bis, a governi tecnici, ed esecutivi di “responsabilità nazionale”, “nemmeno se dovesse chiedercelo il Capo dello Stato”, specificano i fedelissimi di Nicola Zingaretti. I dem si dicono non disponibili a “scontare davanti agli italiani l’incapacità di Lega e M5S” e che “Salvini e Di Maio devono prendersi le loro responsabilità“. Un messaggio chiaro a Sergio Mattarella, che potrebbe provare fino all’ultimo a convincere i leader a trovare una maggioranza alternativa.

C’è la convinzione che, andando a votare subito, un nuovo governo eletto alla fine di ottobre possa effettuare una manovra correttiva in extremis. Insomma, “lo scenario è critico ma non è quello del 2011“. E anche la lettura sui presunti parlamentari che vogliano mantenere la poltrona “per noi non vale, i sondaggi ci danno in crescita: lo spazio c’è“. Il tutto condito dalla dichiarazione di Paolo Gentiloni, presidente del Pd, che in un tweet definisce “Salvini un uomo spaventato, che a breve lascerà il Viminale: chiede pieni poteri per portarci fuori dall’Europa. Non passerà”.

No alle primarie, Zingaretti si proporra come leader – C’è poi il fronte interno, da non sottovalutare. La seconda certezza è che Nicola Zingaretti sarà il capo politico che il Pd porterà al tavolo del centrosinistra. Con buona pace di Renzi, i cui fedelissimi stamattina confermavano in via informale che “l’intenzione di Matteo è confrontarsi alle primarie di coalizione”. “Ma le abbiamo già fatto 5 mesi fa e il risultato è stato chiaro”, è il ragionamento della maggioranza dem.

Inoltre, “Zingaretti voleva cambiare la parte dello statuto che indica nel segretario il candidato premier, ma l’area ‘turborenziana’ vicina a Lorenzo Guerini si è fermamente opposta: ora si arrangino”. Il “frontman” da opporre a Salvini e al capo politico del M5S, dunque, verrà deciso dalle riunioni con i vertici degli altri partiti alleati, ad oggi verdi, radicali e sinistra: il segretario resta disponibile a un passo indietro in caso di veto ed è pronto a proporre i nomi di Paolo Gentiloni oppure “di una donna”, il cui nome non viene ancora ipotizzato.

“Renzi non conta più nulla”, ma si media con Calenda – Sul segretario dem però aleggia sempre l’ombra ingombrante di Matteo Renzi. Gli zingarettiani sminuiscono, sono convinti che rappresenti ormai “un pezzettino della minoranza” e addirittura accusano i media di dargli “più spazio di quanto ne meriti”: per loro “Renzi è il politico meno popolare insieme a Berlusconi”. Fatto sta che l’ex premier è tornato all’attacco nella serata di giovedì, addirittura ammiccando a una possibile scissione. “Se ne parlerà alla prossima Leopolda”, ha detto, ma la convention si terrà dal 18 al 20 ottobre, dunque a ridosso delle elezioni nel caso in cui Mattarella dovesse sciogliere le Camere a stretto giro. Come auspica, appunto, Zingaretti.

Insomma, nonostante l’appello in chiaro a Matteo (“ci aiuti a vincere le elezioni”), Zingaretti non vuole cedere centimetri al suo predecessore. Al contrario, sono in corso opere di mediazione nei confronti di Carlo Calenda, definito “una risorsa”, tanto è vero che nella serata di giovedì, a In Onda su La7, il segretario si è rivolto all’ex ministro dicendo che “insieme siamo una squadra fortissima. “Siamo in ballo. Ora tocca correre. Adelante”, ha poi replicato lui sui social.

Il fronte dei sindaci guidato da Beppe Sala – All’interno del ragionamento, il segretario dovrà valutare anche la posizione del fronte dei sindaci, stimolato a inizio mandato dallo stesso segretario. Un gruppo di amministratori locali, fra cui spicca il primo cittadino di Milano, Beppe Sala, un altro dei nomi circolati nelle scorse settimane come possibile leader di coalizione. “Le nostre città sono esempi di come la sinistra riformista, quando sa mostrarsi vicina alle persone, possa ancora risultare credibile e vincente, quasi ovunque grazie a positive alleanze col civismo, anche presso quell’elettorato popolare che il Pd, a livello nazionale, fatica da tempo ad incontrare”, hanno scritto in una lettera recapitata al presidente della Commissione statuto, Maurizio Martina.

E a proposito di amministrazioni locali, qualora si materializzasse il “voto subito”, a Nicola Zingaretti toccherebbe dimettersi da presidente della Regione Lazio, qualsiasi sia il ruolo che reciterà alle prossime politiche – candidato premier oppure capolista – La decisione verrà presa probabilmente a fine agosto, se e quando il Capo dello Stato avrà sciolto le Camere. L’obiettivo, a quanto si apprende, potrebbe essere anche quello di far scavallare i tempi per le nuove elezioni, evitando di portare il Lazio a votare nello stesso giorno delle politiche, così da affidare la gestione del Lazio a un reggente ed evitare al futuro candidato della Lega (Claudio Durigon o Francesco Paolo Capone) una vittoria che ad oggi appare scontata.

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