Forse è utile, alla luce delle cronache di questi giorni, spendere qualche parola sul rapporto fra un corpo di polizia e il capo politico da cui dipende il ministero in cui quel corpo è inserito. È chiaro che stiamo parlando della Polizia di Stato e del ministro dell’Interno Matteo Salvini, una connection che dà spesso origine a battute e sarcasmi.

La correlazione fra un corpo di polizia e il proprio ministro non è, come molti credono, di totale asservimento. Il ministro dell’Interno, per restare nello specifico, è il responsabile politico delle scelte sulla sicurezza nazionale, fra le quali c’è, di fatto, la nomina del capo della Polizia, un prefetto. Una volta nominato, questi assume il pieno ed esclusivo comando dell’intera struttura.

Le scelte di un ministro dell’Interno e l’attività di quel certo corpo viaggiano su piani diversi. Il ministro decide “se” è politicamente utile affrontare un certo problema, il capo della Polizia decide “come” affrontarlo. Il primo è un sistema politico, l’altro è un sistema tecnico, e i due sistemi si toccano poco. I Carabinieri e la Polizia di Stato hanno vertici rigidi e forti, che sono il Comando generale dell’Arma e il Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Sono strutture complesse e compatte, impenetrabili, cui nessun politico potrà mai dare un ordine illegale sulla sicurezza, perché non verrà eseguito.

Per i prefetti delle province, che hanno un piede nella politica e uno nel tecnico, la dinamica invece è diversa. Dipendono direttamente dal ministro dell’Interno e da questi ricevono le disposizioni politiche, ma quelle disposizioni, se riguardano l’ordine pubblico, vengono attuate dal questore, che invece è l’autorità tecnica provinciale cui spetta decidere le modalità di utilizzo delle forze di polizia. E tutto avverrà a termini di legge, anche disattendendo possibili “sollecitazioni” provenienti dal vertice politico.

Non sono mancati, negli anni passati, ministri che hanno impartito ordini palesemente illegittimi, ma rimasti lettera morta. Se un ministro dell’Interno, per esempio, raccomandasse a un questore di consentire a dei militanti di estrema destra di effettuare un corteo col braccio destro alzato e una svastica sul petto, le forze di polizia agirebbero immediatamente e lo disperderebbero. E nessuno, neanche un ministro, potrà mai incidere in attività di indagine, perché in questi casi le forze di polizia sono dirette dalle procure. Tuttavia, c’è un “ma” importante.

Prima di tutto, il ministro dell’Interno bisogna saperlo fare. È una delle cinque/sei cariche basilari della Repubblica, è l’uomo che sovrintende alle politiche della sicurezza, quindi alla tutela dal terrorismo, dalla mafia, dalla criminalità diffusa, all’ordine pubblico, agli stadi, alle manifestazioni politiche, all’immigrazione. Proprio per l’importanza della carica, infatti, sulla poltrona del Viminale di solito siede un politico di lungo corso e ampia esperienza di governo. Come in tutte le cose serie, infatti, per gestire una macchina così importante servono esperienza ed equilibrio.

C’è poi un legame peculiare, e non potrebbe essere diversamente, fra il ministro e il corpo che nel ministero è incardinato: la Polizia per l’Interno, i Carabinieri per la Difesa e la Guardia di Finanza per il ministero delle Finanze. Sono dinamiche non scritte, in cui l’organo tecnico – qualunque esso sia – sa che dovrà esaudire, anche suo malgrado, le richieste “cortesi” dell’organo politico. Diciotto anni fa, per esempio, se il ministro degli Esteri (chiunque egli fosse) avesse chiesto al nostro ambasciatore in Francia dieci biglietti di Disneyworld per i nipoti, il diplomatico si sarebbe immediatamente mosso per procurarglieli. E se dodici anni fa, si fa per dire, il genero del ministro della Difesa avesse voluto fare un giro su un elicottero dell’Esercito, ben difficilmente il capo di Stato Maggiore si sarebbe rifiutato di farglielo fare. Si lavora fianco a fianco, e comunque il ministro è pur sempre colui che, prima o poi, dovrà decidere se quell’incarico così importante “continuerai a mantenerlo”. Sarebbe ipocrita, perciò, negare l’esistenza di un desiderio di assecondare, finché si può, le richieste personali del politico.

Inoltre c’è il metus, il “timore reverenziale” nei confronti del politico potente (perché se è arrivato a fare il ministro dell’Interno, non può non esserlo). Se in piazza c’è uno striscione contro Salvini, o se qualcuno scatta delle foto imbarazzanti, bisogna immedesimarsi nello stato d’animo del poliziotto operante. In quel momento, l’uomo in divisa teme un possibile futuro rimprovero (o peggio) nel caso in cui non sequestri lo striscione o la foto contro il ministro. Non sapendo che pesci prendere, la tensione potrebbe portarlo a esondare dalla regola. Siamo tutti esseri umani, anche gli sbirri.

La conclusione è una sola, allora. Prescindendo, come si è detto, dalle situazioni di ordine pubblico, in genere gli appartenenti ai corpi di polizia non dicono quasi mai “no” a certe richieste dei propri ministri. E, quotidianamente, su social e media si fa ironia su un’istituzione importante come la Polizia di Stato, come se fosse il “giocattolo” del ministro di turno. Per quanto abbiamo appena detto, non è così. Il punto è un altro: basterebbe non mettere in difficoltà gente che rischia la pelle ogni giorno, come purtroppo le cronache ci raccontano, evitando di avanzare richieste personali. Vivrebbero meglio i politici e i poliziotti, per non parlare degli italiani, che avrebbero la consapevolezza di poter contare su un ministero dell’Interno che pensa solo alle cose serie.

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