Distretto di Matara, provincia meridionale dello Sri Lanka. Su un bus pubblico scassato un assistente locale dell’ambasciata italiana a Colombo sta portando indietro le ceneri di un turista italiano morto annegato. L’urna è affidata alle sue ginocchia e lui, munito di grande pazienza, la stringe e difende ad ogni frenata per cinque ore. Lo stesso impiegato però era stato inviato su ben altri mezzi, l’auto blu e l’autista, quando si era trattato di scortare un ex diplomatico nei guai con la giustizia singalese, a 300 km di distanza.

Protagonista involontario di entrambi gli episodi è uno sventurato signore da 10 anni in forza alla nostra sede a Colombo, con mansioni da assistente amministrativo ora misteriosamente degradato a “centralinista”, probabilmente ignaro degli ingranaggi che lo mettono in moto. La piccola storia fa parte di una grande anomalia di cui poco si parla. Il Ministero degli Esteri ha 1020 diplomatici, ma la sua rete sta in piedi grazie anche a 2.300 impiegati a contratto locale che sono pagati una miseria e sindacalmente poco tutelati. E che – lontano da Roma – finiscono per essere utilizzati nei lavori più delicati o fantozziani, quasi fossero agenti a L’Avana. Succede ovunque, ma se ne sa poco proprio perché non hanno voce.

Da un anno il problema dei “contrattisti” ha fatto irruzione nei palazzi della politica.Lo scorso marzo poi, in commissione Lavoro alla Camera, è stata assegnata una proposta di legge del sottosegretario Manlio Di Stefano in collaborazione con l’onorevole Tiziana Ciprini (M5S) – accolta favorevolmente dal Maeci – per emendare la legge sull’ordinamento dei dipendenti del Ministero del 1967 negli articoli che costituiscono criticità per la mancanza di una regolazione dei contratti locali secondo criteri di equità sia sul fronte stipendiale che dei diritti. Perché al contrattista che lavora per l’Italia nel mondo può accadere di tutto. Ma il problema si trascina da tempo, visto che a luglio 2018 è  stato al centro di un incontro tra il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo e il sindacato della Farnesina con il maggiore livello di rappresentatività tra quelli attivi al Maeci (Confsal-Unsa Esteri). Nel frattempo, alcuni casi emblematici vengono a galla.

Uno arriva dallo Sri Lanka, dove ai “contrattisti” da quattro anni non vengono date ferie. E dove il malcontento fa affiorare storie per lo meno singolari. Si scopre così, ad esempio, che la nostra ambasciata ha fatto viaggiare le ceneri di un italiano “qualunque” in pullman per cinque ore sulle gambe di un assistente locale che invia però con l’auto blu e autista se si tratta di scortare un ex diplomatico nei guai con la giustizia singalese a 300 km di distanza. Protagonista involontario di entrambi gli episodi è uno sventurato signore da 10 anni in forza alla nostra sede a Colombo, con mansioni da assistente amministrativo ora misteriosamente degradato a “centralinista”, probabilmente ignaro degli ingranaggi che lo mettono in moto. La rappresentanza italiana a Colombo gli paga 398,58 euro al mese per fare l’assistente ma lo impiega poi in missioni delicatissime, per non dire peggio.

L’episodio più recente risale al 23 aprile 2019, quando riceve ordine di recarsi con la sua auto privata all’ospedale di Negombo per verificare la presenza di italiani tra le vittime dell’attacco costato la vita a 253 persone. A parlare con polizia e medici e accordarsi per la trasmissione di nominativi via fax va lui, non l’ambasciatore, il console o un funzionario d’ambasciata. Non è però l’unica “avventura” accorsa al nostro. Il 28 febbraio scorso viene incaricato di recarsi nella località di Matara-Dickwella, nella parte Sud dello Sri Lanka, presso un’agenzia di pompe funebri, per ritirare le ceneri di un cittadino italiano tragicamente annegato in mare cinque giorni prima.

Il mezzo indicato dall’ambasciata per percorrere i 360 km di distanza è il treno presso la locale stazione ferroviaria, dove  viene accompagnato con l’autovettura di servizio. Una volta giunto alla stazione, scopre che la linea ferroviaria verso Dickwella è interrotta a causa di un deragliamento. Pertanto, dopo aver informato la sede, è costretto ad optare per l’unico mezzo di trasporto alternativo in quel momento, ovvero l’autobus. Il viaggio dura dieci ore, metà delle quali con l’urna sulle ginocchia che traballa per le buche, tra gli sguardi interlocutori dei passeggeri e il terrore di un controllo di polizia, perché nessuno s’era preoccupato di stilare una lettera d’incarico che spiegasse lo strano bagaglio a mano, lo qualificasse come dipendente dell’ambasciata (che si era limitata a fornire il suo nominativo al direttore delle pompe funebri) e lo autorizzasse al trasporto delle ceneri sui mezzi pubblici locali.

L’avventura terminerà alle 21:30, dopo oltre 12 ore di servizio, con un’amara sorpresa: dopo aver consegnato al Carabiniere le ceneri con il certificato di morte del nostro connazionale, scopre che la sede si è limitata a corrispondergli 5mila rupie singalesi, pari a 25 euro, quale rimborso del biglietto del pullman. “Manca a tutt’oggi il pagamento dell’indennità giornaliera di 13,30 euro, un importo che agli occhi di noi tutti potrebbe apparire come esiguo, rappresenta per il collega un importante riconoscimento”, si legge in una nota del sindacato italiano a cui é iscritto al direttore generale per il personale della Farnesina. Perché la vicenda finisce a Roma, e con ogni probabilità investirà l’attuale ambasciatore Rita Giuliana Mannella. Ma non solo lei.

Il caso vuole infatti che lo stesso impiegato, tre anni fa, sia stato protagonista di una trasferta ancor più singolare e delicata. Nel 2016, anziché come un ladro,  fu spedito come un principe con auto di servizio e una borsa zeppa di soldi, a riscattare un ex ambasciatore in pensione che era stato arrestato per aver investito una donna sulle strisce pedonali. La vicenda è poco nota e salta fuori ora perché la disparità di mezzi messi in campo nelle due circostanze ha fatto strabuzzare gli occhi al personale della sede diplomatica.

I fatti. Il 3 gennaio 2016 l’ambasciatore a riposo P.D., era in vacanza nella “lacrima indiana”. Mentre guidava l’auto verso la città di Jaffna investiva una donna mentre attraversa le strisce pedonali. Lei, insegnante di 44 anni, finisce in coma (“serious igiuries” scriveranno i quotidiani locali). Lui, ex diplomatico, viene fermato nel distretto di Anuradhapura. Per aiutare questo connazionale appartenente al ceto nobile delle feluche si mette in moto una macchina ben diversa dagli scassati mezzi pubblici locali: nessun treno o pullman, nessuna ristrettezza di spesa.

A quanto è possibile ricostruire, l’allora ambasciatore Paolo Andrea Bartorelli, cessato dall’incarico l’anno scorso, invia immediatamente il solito collaboratore a prestare assistenza all’ex diplomatico alla sbarra. In questo caso il servizio speciale viaggia con auto di servizio e autista. A bordo, il dipendente e una collega, un avvocato e un amico del segretario d’ambasciata. Tutti diretti a Kebethigollewa, a 300 e passa km dalla sede diplomatica.

Viste le circostanze, il segretario si premura di scrivere per benino la lettera di incarico e non lesina sulle spese: 10mila rupie per la cauzione, da versare sull’unghia, altrettanto per assecondare la pretesa dello scarcerato di pranzare in un ristorante come si deve, un ristorante italiano (le trasferte da e per il tribunale saranno poi diverse nell’arco di tre mesi, con più fermate di “ristoro”). Alla donna, insegnante di 44 anni, secondo quanto riferisce una nota dell’epoca, furono pagate 200mila rupie di indennizzo, circa mille euro. P.D., contattato dal fattoquotidiano.it, sostiene di non aver pagato nulla di tasca propria, né cauzione né risarcimento. Per esclusione, resta solo l’ambasciata: soldi pubblici? Dalla Farnesina è tutto un no-comment: “Conosciamo il caso, preferiamo non commentare”.

Twitter: @thomasmackinson
Mail:t.mackinson@ilfattoquotidiano.it

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