L’economia circolare in Italia resta una chimera: l’industria del riciclo, che già aveva subito un freno nel 2018 a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato, rischia di arenarsi a causa delle nuove norme inserite nella legge di conversione del decreto Sblocca cantieri approvata dal Senato. Un intervento legislativo che, paradossalmente, avrebbe dovuto mettere almeno una toppa alle carenze sui criteri dell’‘End of waste’, ossia la ‘cessazione della qualifica di rifiuto’, il processo di recupero al termine del quale un rifiuto non viene più definito tale, ma diventa prodotto o materiale da poter mettere in commercio e utilizzare al posto delle normali materie prime. E le carenze sono tante: ad oggi esistono criteri Ue solo per cinque categorie di rifiuti e tre criteri nazionali, ma sono altri sedici i decreti ministeriali attesi e ancora in fase di elaborazione. Negli ultimi sei anni però solo due decreti sono stati pubblicati: nel marzo 2018 per il conglomerato bituminoso e a maggio 2019 per i pannolini. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa giovedì sera ha ammesso lo stallo facendo sapere: “Accogliamo l’appello delle imprese e delle associazioni e stiamo proprio in queste ore limando un emendamento che potrà far uscire il settore dallo stallo. Nel frattempo stiamo continuando a lavorare senza sosta ai decreti per singole materie”.

LA NORMA A 16 MESI DALLA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO – Senza regole fisse, erano le Regioni a decidere di volta in volta, fino alla sentenza del Consiglio di Stato (era il 28 febbraio 2018) che ha bloccato rinnovi e nuove autorizzazioni per il riciclo di rifiuti non normato da regolamenti europei o da decreti nazionali, ritenendo che non fosse comunque facoltà delle Regioni riconoscere caso per caso la cessazione della qualifica di rifiuto. Neppure l’intervento normativo tanto atteso, arrivato sedici mesi dopo quel pronunciamento, è riuscito a sbloccare la situazione. Al danno causato dal blocco imposto dalla sentenza, si è aggiunta quindi la beffa. A dirlo sono le circa cinquanta associazioni e imprese, tra cui Comieco, Corepla, Assobioplastiche, Consorzio Italiano Compostatori e Federazione Imprese di Servizi, che hanno lanciato un appello al governo perché rimedi alla situazione recependo parte di una direttiva europea sulla materia

IL DECRETO IGNORA IL PROGRESSO – L’intervento normativo sotto accusa è contenuto nella legge 55 del 14 giugno 2019. Il testo stabilisce che continuano ad essere utilizzati come decreti per la cessazione della qualifica di rifiuto il decreto ministeriale del 5 febbraio 1998 e successivi, compresi i loro allegati che definiscono “tipologia, provenienza e caratteristiche dei rifiuti, attività di recupero e caratteristiche di quanto ottenuto da tale attività”. Il problema è che quel decreto, pur avendo dato all’epoca un grande slancio allo sviluppo del riciclo, non è stato mai aggiornato con l’inserimento di nuovi rifiuti e tecniche all’avanguardia su cui oggi l’Italia può invece contare. Si è lasciata sempre carta bianca alle Regioni, fino alla sentenza del Consiglio di Stato. Ora però, rifacendosi a un testo datato, le nuove misure escludono diverse tipologie e provenienze di rifiuti, ma anche attività di recupero e materiali sviluppati nel corso degli ultimi vent’anni.

L’APPELLO DELLE IMPRESE – “Le attività più colpite – spiegano le imprese – sono proprio quelle che impiegano modalità e tecnologie più innovative per il riciclo e recupero dei rifiuti e, quindi, paradossalmente anche le più efficaci per la tutela ambientale e lo sviluppo dell’economia circolare”. Per le organizzazioni gli impianti devono essere autorizzati a far cessare la qualifica di rifiuto, anche perché l’invio dei rifiuti italiani all’estero ha costi elevati per i cittadini e le imprese. “Il blocco delle autorizzazioni – denunciano – ci costa 2 miliardi di euro in più all’anno”. L’appello lanciato dalle organizzazioni, infatti, è rivolto non solo alle istituzioni, ma anche ai cittadini. “Se le operazioni di riciclo non vengono rapidamente sbloccate – avvertono – la crisi in atto che già colpisce la gestione dei rifiuti, urbani e speciali, si aggraverà e porterà a situazioni critiche in molte città su tutto il territorio nazionale, con il rischio di sovraccaricare le discariche e gli inceneritori”.

I RIFIUTI CHE NON TROVANO PIÙ LA STRADA DEL RICICLO – In un dossier elaborato dal Circular Economy Network, le imprese hanno anche fornito diversi esempi di filiere del riciclo bloccate dall’attuale normativa, tracciando un quadro dei danni potenziali.
Il riciclo di rifiuti inerti da costruzione e demolizione, ad esempio, viene escluso per la produzione di aggregati e Federbeton stima una potenziale capacità di produzione di aggregati riciclati da rifiuti da costruzione e demolizione nel calcestruzzo pari a circa 15 milioni di tonnellate. Le terre scavate e decontaminate tramite biopile (una tecnologia di biodegradazione non prevista dal vecchio decreto, ndr) restano rifiuti da smaltire in discarica “bloccando diverse bonifiche e generando grandi quantità di rifiuti da smaltire”.
In Italia, poi, vi sono 25 impianti che riciclano pneumatici fuori uso, producendo granulo e polverino: molte autorizzazioni di questi impianti sono in scadenza e, secondo la nuova norma, non verrebbero rinnovate. Ecopneus stima un investimento realizzato di oltre 150 milioni di euro che sarebbe svalutato.
La norma attuale frena anche il recupero di sabbia, ghiaino e ghiaietto risultato dello spazzamento stradale e la loro trasformazione con caratteristiche conformi ai prodotti realizzati a partire da materiali vergini. Le quantità di rifiuti che non possono più essere riciclate sono pari a circa 340mila tonnellate su un totale di circa 1,3 milioni di tonnellate di rifiuti da spazzamento stradale prodotte in un anno in Italia. Per i due impianti con le autorizzazioni bloccate in Veneto e Campania, sono previsti circa 10 milioni di investimenti e il recupero di 60mila tonnellate all’anno di rifiuto.
Non sarebbe più possibile, inoltre, effettuare il recupero delle scorie da inceneritore nei cicli legati a freddo (calcestruzzo, malte, conglomerati bituminosi, etc.), nelle autorizzazioni in scadenza: circa 500mila tonnellate all’anno. Anche la rigenerazione degli oli vegetali esausti e dei grassi animali, per la produzione di biodiesel e biocarburanti, non è prevista dal decreto del 1998. Il Conoe stima le quantità riciclabili in circa 80mila tonnellate di oli da attività professionale e 180mila da attività domestiche. A tutto ciò si aggiungono, spiegano le imprese del riciclo, il blocco per i materiali provenienti dalla raccolta differenziata multimateriale e per quelli fibrorinforzati (vetroresina e carboresina), le difficoltà per il riciclo dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e il blocco del riciclo dell’Eco Allene (materiale plastico derivante dal riciclo del tetrapak).

LA PROPOSTA DI EMENDAMENTO – Per le organizzazioni la soluzione è quella indicata dall’Europa con il pacchetto di direttive in materia di economia circolare, pubblicato a giugno 2018. Per questo le imprese e le associazioni hanno preparato una proposta di emendamento per sbloccare il riciclo dei rifiuti recependo, in particolare, l’articolo 6 della direttiva 2018/851 che “prevede condizioni e criteri specifici, unitari e validi per tutto il territorio nazionale, che consentirebbero di superare la sentenza del Consiglio di Stato e di affidare alle Regioni, in mancanza di decreti nazionali e di regolamenti europei, il compito di autorizzare, caso per caso, attività di riciclo completo, con la cessazione della qualifica di rifiuto del prodotto ottenuto”.

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