Non solo Andrea Camilleri. Un altro grande ci ha lasciato. Se Camilleri usava le parole, Johnny Clegg si serviva delle note per contribuire a migliorare il pezzo di mondo in cui si era trovato a vivere, quel Sudafrica allora piagato da una divisione fatta legge.

È trascorso qualche anno dal mio viaggio in Sudafrica, ma certi ricordi mi hanno segnata in maniera indelebile. Gli eredi dei conquistatori boeri, nella loro follia di perpetuare un mondo morto da decenni. L’umile casa di Nelson Mandela a Soweto. La chiesa nella township con ancora i segni delle pallottole. Ma soprattutto il museo dell’apartheid. All’ingresso, si sorteggiava un documento sul quale era indicato uno dei tre gruppi nei quali era divisa la società sudafricana. A me era toccato in sorte quello che indicava: coloured. Ero nella categoria di mezzo, quella dei meticci, degli indiani, quella – per intenderci – a cui era appartenuto anche Gandhi, negli anni giovanili trascorsi in Sudafrica.

Con la mia “carta d’identità etnica”, ero entrata nel museo. Non dalla porta dei bianchi. Non mi era permesso. Dentro, una panchina con la scritta whites only: non mi ci potevo sedere. E così via: tutta una serie di azioni quotidiane che in pochi minuti, in maniera concreta, ti facevano comprendere cosa significasse nella quotidianità vivere come un diverso, un “inferiore”. Provare, anche per poco tempo, ti cambia. Sentire la discriminazione sulla tua pelle, l’ingiustizia, la rabbia, la rivolta è una sensazione che non dimentichi più.

E poi i cimeli di una vera e propri guerra civile, i blindati gialli, la riproduzione delle celle così piccole che non ti potevi nemmeno sdraiare, la ricostruzione della cella di Robben Island nella quale Nelson Mandela visse per 18 anni. Ventisette anni di carcere in totale. Una vita. Oggi lo celebriamo tutti come un eroe, un simbolo, un mahatma. Ma allora no. Allora era un fuorilegge, perseguito dall’ordinamento che lui violava. Come Gandhi, appunto. Come tanti altri che, prima di diventare esempi, sono stati tecnicamente dei criminali. Dei fuorilegge. Ai quali oggi riconosciamo il coraggio e la saggezza di aver consapevolmente violato leggi palesemente ingiuste e inumane.

Johnny Clegg aveva scelto da che parte stare. Lui che era bianco ma era cresciuto scegliendosi amici neri, che aveva imparato lo zulu, che ballava le danze tradizionali, indossando gli ornamenti che i suoi “simili” disprezzavano. Era libero, Clegg. E coraggioso. Più volte arrestato, fin da adolescente, per non aver voluto sottomettersi a leggi palesemente ingiuste. Asimbonanga il suo canto più noto (ecco una versione interessante, col montaggio di immagini delle lotte anti-apartheid).

https://youtu.be/iCCkaHqTBr8

Un inno straordinario a Madiba, ma anche agli altri eroi della liberazione del Sudafrica: l’attivista Steve Biko, morto per le ripetute torture in carcere; Victoria Mxenge, uccisa in un agguato per il suo attivismo anti-apartheid; Neil Aggett, medico bianco che curava negli ospedali “per neri”, imprigionato e morto in carcere in seguito a reiterate torture, ufficialmente per suicidio. Una lunga scia di sangue e di martiri, che oggi ricevono tributi. Un pietoso velo è invece sceso sui tanti complici del regime di allora, sui tanti bianchi che consapevolmente appoggiarono o pavidamente tacquero davanti a tanto scempio.

In quel viaggio ho ascoltato il racconto di alcuni sopravvissuti. Un film dell’orrore, con l’aggravante che tutto era vero. Reale. Accaduto. Crudeltà indicibili, al pari di quelle naziste. Oggi per lo più rimosse. Mandela pagò con lunghissimi anni di carcere. Altri con la vita. Johnny Clegg cantò. Cosa volete che sia una canzone? Sembrerebbe cosa da poco, no? Ma lui, cantando, prese posizione. Diede un esempio, tracciò una via, mostrò che era possibile un’alternativa. Non una scelta banale: più volte arrestato, i suoi concerti interrotti. Le sue decisioni avrebbero potuto costargli ben più caro, come tanti altri esempi dimostrano. Ne era consapevole. Ma non si fece intimidire.

Ripenso a quel viaggio. Ripenso a quel periodo, uno dei più bui della storia recente. In fondo l’apartheid è stato abolito solo nel 1991, l’altro ieri. E ci sono voluti anni di pressioni, campagne, boicottaggi e isolamento internazionale. Ma il virus della divisione è sempre in agguato. La vita di Clegg sta lì a mostrarci che tutti, ciascuno nel contesto in cui vive, ciascuno per come è capace, ciascuno con le sue doti, è chiamato a prendere posizione. E un giorno ne renderemo conto. Alla storia e ai nostri figli.

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