“Mio figlio adesso mangia terra”. A queste cinque parole il cuore si inchioda, l’aria rafferma resta sbarrata nei polmoni mentre la testa tenta appena di immedesimarsi nel dolore insopportabile del padre che le pronuncia. Per un attimo si resta vuoti.

Ma non è l’unico momento così. Domenica, durante i funerali di Alessio, undici anni falciati da un Suv sul marciapiede davanti casa, svanisce ogni speranza anche per Simone, cuginetto di dodici tranciato dallo stesso mostruoso ammasso di ferro sparato a velocità assassina. Lacrime su lacrime in una chiesa con tremila presenti e altrettanti groppi in gola.

Eppure di tutta la trafila di foto, video, interviste, parole che hanno raccontato come due bambini sono stati divorati nel nulla da un’ombra di lamiere, c’è una scena ancora peggiore, che non riesco a ingoiare. Come se la rabbia le impedisse di venir giù. È passato un secondo dall’impatto e l’auto si è appena conficcata sulla parete di una casupola pochi metri più in là. Alcuni ragazzotti, i corpi tozzi e le bocche sbalordite e putride, scendono con le mani nei capelli e scappano. Scappano.

Solo Rosario Greco, l’autista e assassino, torna un attimo sui suoi passi, indietreggia, avanza, caracolla, guarda lo scempio che ha causato. Poi esce dal fuoco della telecamera e prova a dileguarsi. Vigliacco. Lo prenderanno poco dopo, sporco di se stesso. Saro Greco non è uno qualunque a Vittoria: ha precedenti, quella sera ha bevuto quattro volte oltre il limite e sniffato coca prima di guidare in quel rivolo di vicoletti che è il centro del paese. Ed è figlio di Elio, boss nato come rapinatore di banche e cresciuto stringendo mani a Stidda e Cosa Nostra. A gennaio gli hanno sequestrato beni per 35 milioni.

Con Saro, vili e codardi come lui, su quel “macchinone” c’erano anche Angelo Ventura e Alfredo Sortino, uno pregiudicato e l’altro sorvegliato speciale. Anche loro sono uomini d’onore, rampolli di mafia. I due, insieme al terzo passeggero, sono andati più tardi dai carabinieri e hanno raccontato tutto: “Avevamo paura di essere linciati”, la scusa della difesa.

No, non basta. Non può bastare a chi millanta codici d’onore vecchi e falsi, mai esistiti. La verità è che prima di vedere cosa ne fosse dei due cuginetti, se avessero bisogno di soccorso, loro sono fuggiti. Nessun coraggio per l’amico rimasto lì qualche secondo appena più di loro, nessun coraggio verso i bambini dilaniati, nessun coraggio di andare a guardare coi loro occhi la morte oscena che avevano causato. Via, come topi scacciati.

A quanti parlando di codici mafiosi, di onore, di famiglie, di rispetto, a quanti straparlano idolatrando serie o echi di racconti su regolamenti di conti nelle carceri, io darei in pasto quei pochi frame vigliacchi con bulletti impauriti che corrono via da loro stessi tenendosi la fronte. Non si voltano mai. Ribrezzo.

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