Quando ho letto i risultati delle prove Invalsi, mi sono venute in mente queste parole: “Gli italiani sono un popolo di semi analfabeti”. Non sono mie, ma dell’economista Paolo Sylos Labini, che le scrisse nel ritratto sociologico sulle classi medie del nostro Paese, il Saggio sulle classi sociali. Era il 1974. Una vita fa. Quel testo, letto a distanza di 45 anni, sembra una condanna. Davvero, da allora, è stato fatto così poco (o, addirittura, niente)?

Alla fine del Settecento il grande Goethe compì un viaggio di quasi due anni in Italia. Accanto alla sorpresa per la ricchezza storico-artistica in cui si imbatté (il Palladio, Napoli, la Sicilia “dove tutto inizia e acquisisce un senso”), criticò “la poca istruzione” dei nostri antenati. Un problema che, come si sa, dovettero affrontare i governanti dopo l’Unità d’Italia. Eppure, con un salto di quasi 150 anni, Tullio De Mauro ci diceva, nel 2008, che l’80% degli adulti in età lavorativa non era dotato di effettive capacità di lettura, comprensione di un testo e calcolo. Undici anni fa.

Nel 2008 mi ero appena diplomato in un liceo di una valle bergamasca. Sui giornali di oggi leggo che l’allarme, dopo i test fatti dai nostri giovani, è nelle scuole del Sud. Eppure ricordo perfettamente che, in classe, chi parlava bene inglese, o tentava di farlo, veniva preso in giro (per la cronaca, non facevo parte né dell’uno né dell’altro gruppo). Alle medie andava pure peggio, perché per una fetta dei miei compagni la prima lingua era il dialetto. Così impegnarsi con quella straniera veniva vista come una cosa da “sfigati”. E allora ecco le conseguenze: da noi, i laureati, nella fascia 30-34 anni d’età, sono il 27,8% contro una media europea del 40,7%; i diplomati, tra i 25 e i 64 anni, circa il 60% contro quasi l’80%.

Investire nell’istruzione non porta voti. Nel breve periodo, al politico di turno non conviene farlo. E se penso al saggio che ho citato all’inizio, mi viene da dire che ai nostri amministratori non sia (quasi) mai interessato. E punti di svolta non ne vedono. Stiamo vivendo un periodo storico in cui i cittadini, sfiancati dalla crisi economica, sfiduciati dalla politica tradizionale e bisognosi di protezione (qualunque cosa questo significhi), cercano – legittimamente, perché in modo democratico – la soluzione nelle ricette proposte dai partiti populisti. Partiti che, da quando sono al governo (nel mondo, da dopo la Seconda guerra mondiale), fanno della lotta alla competenza un proprio dogma. Anche perché, comprensibilmente, per quanto riguarda l’Italia, nel recente passato tecnici e professori hanno fatto grossi danni.

Il treno, rispetto ai Paesi europei, lo stiamo perdendo (o forse lo abbiamo già perso). Perché meno istruzione si traduce, tra le altre cose, in meno competitività, meno Pil, meno ricchezza. Ultimamente sono stato in Spagna (Andalusia), Slovenia (Lubiana-Kranjska Gora-Kobarid) e Francia (Provenza). La sensazione che ho avuto, ogni volta tornato in Italia, è che fossero dieci anni più avanti a noi (o noi dieci anni più indietro). Che fare, emigrare? È quello che stanno facendo migliaia di miei coetanei. Molti dei quali, istruiti. Italia, ciao.

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