Serge Latouche li aveva definiti i “naufraghi dello sviluppo” e non aveva torto. Si riferiva a quella porzione di mondo lasciata al margine e poi abbandonata per cercare di sopravvivere al naufragio della nave di sabbia. Il veliero in questione come metafora del progresso e dello sviluppo ad una dimensione: quella dell’Occidente al crepuscolo della civiltà di cui va fiero.

I naufraghi sono gli invisibili delle campagne che attendono la pioggia, abbandonati alle mani di un distratto calendario del tempo e delle stagioni. Sono i ciechi che i bambini portano in giro nelle città sfidando l’ordinanza municipale che ne ha vietato la pubblicità. Si sommano a coloro che, per rendere bella e accogliente la città ai capi di stato che la visiteranno tra breve, sono stati sfrattati da case e attività di commercio informale. Sono i cancellati dalle politiche economiche che, al massimo, riappaiono occasionalmente nelle statistiche come numeri, tabelle e percentuali variabili alla direzione del vento. Giovani buttati via dal sistema educativo tagliato a misura dell’esclusione programmata dei poveri e ai quali il futuro è preso in ostaggio dall’indifferenza o dai gruppi armati. Bambini dei poveri abbandonati a scuole coraniche alcune delle quali formano alla mendicanza o del tutto assenti all’appello quotidiano del cibo per tutti. Assieme all’educazione appare come il primo e fondamentale diritto disatteso dell’articolo 12 della Costituzione della Settima Repubblica del Niger.

Naufragio è il “sinistro consistente nella perdita della nave o della sua riduzione a rottame o relitto inutilizzabile”. Recita così la definizione di naufragio e alcuni naufraghi rifiutano di ridursi a rottami. Sono i disertori del naufragio annunciato. Coloro che, a modo loro, rivendicano il diritto alla decenza, come a suo tempo scriveva George Orwell, resistono ad essere definiti “relitti inutilizzabili” del sistema. Si trovano sparsi dappertutto e, per esempio in Algeria e nel Sudan, diventano di colpo visibili nelle strade. Ma i disertori più sofisticati e meno preparati si trovano nella sabbia. Emigrano come possono dagli articoli del decreto che annuncia la loro soppressione come protagonisti della loro storia. Scavano tunnel per imbrogliare le frontiere e, quando occorre, si trasformano in capitani, imprenditori, contrabbandieri anarchici di nuovi diritti e, quasi sempre, in pittori di nuovi paesaggi umani.

Si definisce disertore per analogia con l’uso militare “chiunque si sottrae slealmente a un obbligo morale o sociale”. In realtà l’unico obbligo, nel contesto della globalizzazione delle disuguaglianze, è proprio quello della diserzione. Ma anche i rifugiati accolti e messi in aspettativa dalle istituzioni umanitarie hanno disertato la festa a loro dedicata, il passato 20 giugno. Nel villaggio per loro creato, nei pressi della capitale Niamey, hanno preso, per qualche ora, in ostaggio i rappresentanti del mondo umanitario a loro dedicato. Un colpo di mano preparato con tanto di cartelli e messaggi portatori di denuncia ad una libertà promessa e poi confiscata. Dall’inferno libico alla libera detenzione nel campo appositamente adibito in attesa di un Paese, un documento, un visto d‘ingresso, un biglietto per l’ingresso al futuro. Questi ultimi non sono gli unici disertori del processo di eliminazione silenziosa degli esuberi del Sahel. I più determinati tra loro parlano, sottovoce, di rivoluzione.

Il Presidente del Niger ha recentemente visitato la città dell’Unione Africana di Niamey. In preludio al prossimo summit dei capi di stato africani nella capitale. Ha apprezzato la qualità dei lavori delle 15 ville di elevata concezione e realizzazione, per accoglierli, ospitalità africana oblige. I venduti sono coloro che, integratesi al sistema, cercano di trarne i maggiori benefici in termini di immagine e di ricadute politiche. Sono i detentori del potere, prestato loro finché saranno fedeli esecutori delle direttive loro consigliate, che avranno la garanzia di mantenersi al loro posto per lustri. Un altro hotel a 5 stelle, intanto, è stato inaugurato nella capitale Niamey. Le Noom Hotel di Niamey comprende 141 camere, un ristorante gastronomico, un bar, tre sale di riunione, un ginnasio e un parking. Costo dell’opera circa 29 milioni di euro per rendere più bella e accogliente la città, venduta da tempo, a rate, alla sabbia del Sahel.

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