Il tema sotterraneo che unisce le tracce dei temi della maturità di quest’anno è, secondo me, il coraggio. Coraggio incarnato dal capitano Bellodi di Leonardo Sciascia, da Gino Bartali, dal generale Dalla Chiesa, dalla militanza giornalistica di Corrado Stajano (bellissimo e coraggioso il suo appena ristampato Il sovversivo, dedicato all’anarchico Franco Serantini). E a quella domanda così dura di Ungaretti: “Dio cosa è?”. Risponderei: Dio (inteso come forza, energia, fede) è coraggio.

Allo stesso modo risponderei alla domanda che nasce leggendo il testo di Stajano: la risposta allo sconcerto lasciato dall’avvento del “villaggo globale”, l’antidoto al senso di “stravagante smarrimento”, come scrive il grande giornalista, è ancora una volta il coraggio. E’ vero, “è difficile capire quale sarà il destino umano dopo il lungo arco attraversato dagli uomini del Novecento”, e oggi è anche difficile non cedere al pessimismo, all’onda che ci vorrebbe annichiliti dalla violenza verbale e fisica di chi non la pensa come noi. Lo svilimento del tema del pacifismo etichettato come buonismo, della tolleranza etichettata come debolezza. E proprio stamattina, dopo aver letto nuove notizie sulla febbre della terra e le previsioni sconcertanti su questo nostro futuro, superata la fase di stordimento (come gli aviatori del B-36 del testo di Sloman e Fernbach), mi sono detta che non si può che essere coraggiosi.

Ma cosa significa coraggio? E’ un termine spesso associato a concetti stantii come onore, forza, eroismo. Non credo sia giusto. L’etimologia lo fa derivare dal latino cor, cordis (cuore) e dal verbo habere, dunque letteralmente: avere cuore. Risiede il coraggio nella stessa sede dell’amore, dell’empatia, dell’energia felice. Le tracce dei temi di questo 2019, ci riportano al coraggio indispensabile:

1. ad affrontare la vergogna e la paura di una calunnia;
2. a sopravvivere a un linciaggio pubblico fatto di insulti (non tutti ci riescono e molti sono gli adolescenti che si ammazzano);
3. a sopportare la derisione e l’irrisione di cui si diventa oggetto quando si riafferma il principio dell’umanità, del rispetto, della dignità;
4. a sopportare la solitudine quando per senso dello Stato si sfidano i poteri mafiosi;
5. a difendere i nostri principi anche quando la nostra comunità sceglie di stare con il più forte;
6. ad attraversare lo scandalo per scelte condannate da chi, invece di praticare il rosario, lo bacia e basta.

Sono certa che, superato il primo momento di smarrimento dinanzi alle manifestazioni di odio e alla violenza verbale, i coraggiosi riaffermano i propri valori. Semplicemente, lasciando che quelle sozzure mediatiche infanghino prima di tutto la bocca di chi le sparpaglia. Ecco cosa è secondo me il Dio di Ungaretti. Rinascere, risollevarsi, andare avanti. Di questo coraggio per fortuna abbiamo esempi luminosi: le donne che denunciano le violenze, gli omosessuali che riaffermano i loro diritti, le navi che salvano chi annega, le persone che si battono per l’ambiente. In fondo le tracce dei temi ripropongono valori (e non ho paura ad usare questa parola per la seconda volta) che potrebbero portarci verso un mondo con meno odio e quindi più sicuro, umano per tutti.
Bella, la scelta del Miur.

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