Svetlana Alexievich, giornalista investigativa della Bielorussa, saggista e premio Nobel per la Letteratura 2015.
Andre Agassi, il fuoriclasse, ha vinto l’invincibile, tra cui quattro Slam, il torneo ATP, la Coppa Davis e medaglia d’oro olimpica, pur odiando il tennis con tutto il cuore.
L’Otello shakespiriano con musica di Giuseppe Verdi nello scenario del maestoso Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale.
Il Tao Ye dance, esaltata dal New York Times come una delle migliori coreografie al mondo.
Quattro euro per quattro performance di grande livello al Napoli Teatro Festival. Quattro euro a biglietto, il prezzo di una pizza, birra esclusa, per mettersi in ascolto delle parole di Svetlana, un monumento di parole alla sofferenza e al coraggio.

Emuntas Nekrosius, altro monumento al teatro, di origine lituana, recentemente scomparso, in Zinc tira fuori con rabbia la cruda testimonianza da Chernobyl Prayer, uno dei capolavori della Alexievich. “Papà, ho solo sei anni. Sono troppo piccola per morire. Invece è entrata in una bara grande quanto una scatola di bambola. Era calva, nella stanza dell’ospedale c’erano altre bambine come lei trasformate in piccole bombe radioattive…”. Altra testimonianza, altro orrore spalmato sugli occhi: “Ero deforme, la pelle squamava in continuazione, ero un chernobilyno, un fenomeno da baraccone”. Il sistema sovietico era sempre quello, impermeabile a qualsiasi critica, nascondere al mondo le proprie responsabilità e atrocità.

Open, la mia storia, il titolo best seller di Andre Agassi, debutta drammaturgicamente al NTF (produzione Teatro dell’Elfo). La cosa che Agassi detesta di più è quella a cui deve tutto. Esistenzialmente un prigioniero, poco importa se la gabbia è d’oro. Open in fondo è una lunga seduta dall’analista in cui il tennista con disarmante sincerità spurga i suoi demoni e li rende pubblici. Un padre ossessivo e brutale che lo vuole campione ad ogni costo. Un padre, ex pugile, che sostituisce al carillon appeso sulla culla palline da ping pong e gli lega alle minuscole manine minuscole racchette. Negata qualsiasi forma di infanzia e di gioventù. Gli allenamenti a ritmi disumani, contro il “drago” sputapalle. Una carriera lunga 20 anni e 1000 match, non priva di tonfi e lati oscuri, droghe, depressioni e sofferto divorzio da Brooke Shields. Tutto e sempre sotto la luce dei riflettori. Anche l’amara confessione che la folta criniera che lo aveva reso un sex symbol in realtà era un parrucchino e che aveva incominciato a perdere i capelli a vent’anni. Quando giocava aveva paura che volasse via, il tupè era la sua palla al piede.

Otello Circus affida l’esecuzione ad attori e musicisti portatori di problemi fisici e psichici, fieri testimonial del laboratorio “Accademia Arte della Diversità” di Bruno Stori. Attori di-versi, poetici perché è anche lì che risiede la poesia che va oltre l’handicap. Nessuna forma compassionevole, non renderebbe merito al loro talento, sono professionisti, sono bravi e basta.

Dalla Cina in tournée mondiale, 100 festival in cartellone, la Tao Ye Dance in prima nazionale al Teatro Politeama. Corpi androgeni si muovono simultaneamente nella luce dei chiaroscuro, disegnando linee rette e diagonali sulle note di una musica ipnotica del compositore d’avanguardia Xiao He. Quattro euro, anche per la mini performance (di soli 20 minuti) ma di massima intensità di “Et si demain”, loro, i quattro danzatori siriani, profughi, esiliati, non vedono alcun domani. Sullo sfondo il dramma del paese straziato da sei anni di guerra civile.

Quattro euro anche per la maratona al Teatro Politeama “Angels in America”, sempre prodotta dall’apprezzatissimo Teatro dell’Elfo. Basteranno le quasi sette ore per un spaccato dall’America onnivora reaganiana a quella contraddittoria dominata da Trump e dal suo delirio d’onnipotenza, sull’orlo dell’abisso? Quattro euro a biglietto, quanto costa un cuppetiello di frittura. Per far salire il livello culturale e/o abbassare il colesterolo.

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