Il giudice preliminare di Roma ha ammesso come parti civili l’Arma dei carabinieri, la presidenza del Consiglio dei ministri e i ministeri della Difesa e dell’Interno nel procedimento che vede imputati otto militari dell’Arma accusati di avere messo in atto falsi e depistaggi nella vicenda di Stefano Cucchi. Il gup, Antonella Minunni, ha dato l’ok alla costituzione anche per i familiari di Cucchi, per il carabiniere Riccardo Casamassima, il militare grazie alle cui dichiarazioni è stato possibile riaprire le indagini sulla morte del geometra 31enne, per l’associazione Cittadinanzattiva e per tre agenti della polizia penitenziaria. Il giudice ha, invece, escluso il Sindacato dei Militari in quanto all’epoca dei fatti non esisteva. 

Tra i militari dell’Arma coinvolti nel procedimento per il depistaggio ci sono alti ufficiali come il generale Alessandro Casarsa, che nel 2009 era alla guida del gruppo Roma e il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del Reparto operativo della capitale. Gli otto sono indagati a vario titolo per falso, omessa denuncia, calunnia e favoreggiamento. L’inchiesta coinvolge anche Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, dove Cucchi venne portato dopo il pestaggio, Francesco Di Sano, che a Tor Sapienza era in servizio quando arrivò il geometra, Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capo ufficio del comando del Gruppo carabinieri Roma, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, e il carabiniere Luca De Ciani. Il procedimento, coordinato dal pm Giovanni Musarò, ruota attorno alle due annotazioni redatte dopo la morte del geometra romano e modificate per far sparire ogni riferimento ai dolori che il giovane lamentava la notte dell’arresto dopo il pestaggio subito nella stazione della compagnia Appia. 

Nella requisitoria il rappresentate dell’accusa, Giovanni Musarò, ha ricostruito i vari snodi dell’inchiesta che ha svelato l’attività di depistaggio messa in atto fin da subito, pochi giorni dopo la morte di Stefano, anche da ufficiali e vertici dell’Arma capitolina di allora. “Un depistaggio a 360 gradi – ha detto Musarò – cominciato il 30 ottobre di dieci anni fa quando, mentre ancora la Procura doveva nominare i medici legali, il Comando gruppo di Roma, all’epoca guidata dall’allora colonnello Alessandro Casarsa, aveva stabilito una sua verità e cioè che Cucchi era morto a causa delle sue condizioni di salute e non per quello che abbiamo scoperto in epoca successive”. Il riferimento è anche alle percosse che il 31enne ha subito nella caserma Casilina dopo il suo arresto per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Oltre a Casarsa la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio anche per il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo di Roma; Francesco Cavallo,all’epoca dei fatti tenente colonnello capoufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, già comandante della Compagnia Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, ex comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, all’epoca in servizio a Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, già comandante della quarta sezione del Nucleo investigativo e il carabiniere Luca De Cianni. I reati contestati, a seconda delle posizioni, sono falso, omessa denuncia, favoreggiamento e calunnia. 

Nei giorni scorsi nell’ambito del processo per cinque carabinieri, tre dei quali per omicidio preterintenzionale, sono stati ascoltati i periti incaricarti dal gip nell’inchiesta bis. Secondo gli esperti “se non avesse avuto la frattura Cucchi non sarebbe stato ospedalizzato e probabilmente non sarebbe morto“. Nell’aula bunker di Rebibbia i medici legali avevano chiarito quanto contenuto nella loro perizia, fornendo però ulteriori fondamentali valutazioni. Secondo gli esperti l’ipotesi principale in merito al decesso di Cucchi è la morte improvvisa e inaspettata in un paziente affetto da epilessia. Ma non sarebbe stato l’unico fattore determinante. L’ipotesi secondaria è la frattura traumatica sacrale. In entrambi i casi una delle concause è la dilatazione abnorme della vescica che avrebbe provocato problemi cardiaci. Un’altra concausa, spiegano, può essere la “inanizione (malnutrizione, ndr) con conseguente calo ponderale”.  Ma la partita per stabilire le cause del decesso si gioca ora proprio su quella frattura sacrale, che per l’accusa sarebbe stata causata da violenti colpi inferti a Stefano il 15 ottobre 2009 durante il suo arresto da due dei tre carabinieri ora imputati al processo per omicidio preterintenzionale. 

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