Il tono comico, satirico, per mettere sottosopra le contraddizioni dello scaricabarile. Lo sberleffo che traduce una denuncia: un sedere che parla, metafora della politica che ha, come si dice, “la faccia come il culo”. L’angoscia, drammatica, delle parole del macchinista che voleva fermare tutti i treni, allontanare tutti dalla stazione. L’emozione, anzi la commozione per la dichiarazione d’amore immaginaria eppure così autentica che una delle vittime – Emanuela Menichetti, morta a 21 anni dopo 42 giorni di agonia, fa alla mamma Daniela Rombi, grande combattente in questi anni di battaglie in tribunale, in piazza, a Montecitorio, striscioni in mano, microfoni in mano, cuore in mano. A 10 anni dalla strage ferroviaria di Viareggio il ricordo va in scena in teatro: lo spettacolo si intitola 32 – A beautiful thing, firmato e diretto da Ilaria Lonigro e Davide Moretti. Sul palco 60 ragazzi dell’associazione teatrale viareggina Teatro Rumore che si dividono oltre 100 ruoli. 32 – A beautiful thing andrà in scena dall’11 al 16 giugno al teatro Jenco di Viareggio.

Erano le 23.48 del 29 giugno 2009: Viareggio fu svegliata dall’esplosione del gpl fuoriuscito da un treno merci deragliato alla stazione, il fuoco in cui persero la vita 32 persone nelle loro case. Alla fine del primo processo sono stati condannati 23 dei 33 imputati. Tra questi i giudici hanno deciso pene a 7 anni e mezzo di carcere per Michele Mario Elia (nel 2009 ad di Rfi), a 7 anni per Mauro Moretti (nel 2009 ad di Ferrovie) e 7 anni e mezzo per Vincenzo Soprano, ex ad di Trenitalia e di Fs Logistica. Il 20 giugno è prevista la sentenza della corte d’appello di Firenze.

32 – A beautiful thing partecipa al terzo Festival internazionale di teatro giovanile organizzato da Teatro Rumore. Il nome dell’edizione 2019 è ComeUnity: sarà dedicata alla “comunità” e riceverà a Viareggio tra l’11 e il 13 giugno un centinaio di giovani attori da Italia, Regno Unito, Serbia e Slovacchia, che prenderanno parte a tre giorni di performance e laboratori teatrali gratuiti. Nello spettacolo che ricorda il disastro ferroviario c’è tutto, con tasselli e registri diversi: sotto forma di parodia, di momenti toccanti, passaggi seri, altri comici, altri ancora disturbanti. “Come il volto ustionato di Emanuela Menichetti – spiegano gli autori, Ilaria Lonigro e Davide Moretti – Non si può prescindere da quello che è stato, perciò, in accordo con i genitori, abbiamo deciso di mostrarlo in una scena disturbante che rappresenta, in forma simbolica, la mercificazione dei corpi e quindi delle vite umane”. Un modo per divulgare anche aspetti più complicati, come quelli tecnici e giuridici: la manutenzione del famoso assile “criccato” che passò i controlli e poi si spezzò provocando l’incidente fino al tema della prescrizione, che ha già cancellato i reati di incendio colposo e lesioni colpose plurime gravi e gravissime. “Sentiamo forte la responsabilità di mettere in scena questa storia” dicono da Teatro Rumore. E’ stato fatto un grande lavoro di ricerca e poi di rielaborazione, spiegano dalla compagnia, “per rendere il più possibile partecipe il pubblico anche di dettagli tecnici, altrimenti noiosi e poco interessanti per chi non è direttamente coinvolto”.

“Il valore della solidarietà e la condivisione delle battaglie civili”
In scena ci saranno 60 ragazzi che ogni sera interpretano un ruolo diverso a rotazione: “Ogni sera – spiegano da Teatro Rumore – sarà diversa dalla precedente e il pubblico potrà vedere lo spettacolo più volte, godendo sempre di un’opera diversa”. Ogni sera nello spettacolo sarà inclusa anche una breve testimonianza di un familiare. Anche per questo la lista dei ringraziamenti si distende lunga: i familiari innanzitutto “che ci hanno dato il loro tempo e la loro fiducia”, come Daniela Rombi, Claudio Menichetti, Marco Piagentini, Enzo Orlandini; l’assemblea 29 giugno che comprende anche Riccardo Antonini e gli altri ferrovieri che hanno contribuito a realizzare le scene in modo realistico; Giuseppe Romano, comandante regionale dei Vigili del Fuoco della Toscana, Laura Unti per la Croce Verde e Luca Bertozzi per la Croce Rossa per la ricostruzione della scena dell’incidente, il Comune e l’istituto Torre del Lago che farà partecipare i suoi ragazzi. “Intorno a questo spettacolo c’è una comunità che si è mossa per aiutarci e speriamo di restituire una performance degna di questa fiducia” fanno sapere da Teatro Rumore.

L’elaborazione dello spettacolo è avvenuta grazie agli avvocati dell’associazione dei familiari, Il mondo che vorrei, come Tiziano Nicoletti e alla Caravanserraglio Film Factory, associazione che ha realizzato un docufilm sulla strage di Viareggio, Il Sole sulla Pelle. “C’è una cosa – afferma Luigi Martella, responsabile di Caravanserraglio e autore del docufilm con Massimo Bondielli – che abbiamo imparato in questi 5 anni passati accanto ai familiari delle vittime della strage di Viareggio, ed è il valore della solidarietà e la condivisione delle battaglie civili, anche con ‘attori’ non direttamente coinvolti dalla tragedia, come gli amici Ilaria e Davide. Il sostegno di Teatro Rumore è stato importante in fase di produzione de Il sole sulla pelle. Nelle relazioni umane vige la legge fisica per cui l’energia si trasforma nel tempo, così è stato naturale il nostro sostegno all’impegnativo e fondamentale progetto teatrale di 32 A beautiful thing“.

Il racconto di una storia, dalle risate (amare) alla commozione
Lo spettacolo, dunque. La parte più tecnica, per esempio. La spiegazione sulle responsabilità è affidata a una maestra che illustra ai bambini il labirinto di società coinvolte a vario titolo nella vicenda. “Maestra, non ci capisco nulla”, urla un alunno. “Neanch’io ci capisco un cazzooooo!!!!” esplode l’insegnante, rivelando il comune sentire della gente intorno a questo processo complicato. Ma c’è anche, in forma comica, la richiesta, avanzata in Appello dalla difesa, di poter ricominciare il processo daccapo. Una fedele riproduzione della cisterna inghiotte una a una le vittime, che avanzano come in una catena di montaggio, nella scena dell’algoritmo, la formula matematica dell’Agenzia ferroviaria europea, di cui ilfattoquotidiano.it ha parlato per primo, usata dalle aziende ferroviarie per calcolare quanto convenga investire in sicurezza e quanto invece sia più sostenibile risarcire eventuali vittime. E poi i botta e risposta tra gli avvocati di accusa e difesa e ancora il funerale di Stato, spettacolarizzato dalla presenza delle televisioni e del capo dello Stato, la rabbia e le ragioni dei familiari, il ricordo intenso dei vigili del fuoco e quello raccapricciante dei medici che coordinarono l’emergenza, quella notte in cui le case sputavano solo corpi carbonizzati, esplosi o gonfi e lividi. C’è l’arrivo in città delle tv di tutto il mondo, all’indomani della tragedia, con i binari ancora fumanti. La contestazione all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, alla sua comparsa in municipio, quando dichiarò che avrebbe fatto di tutto, come è stato, per far avere subito i soldi necessari alla ricostruzione. Sul palco ci sarà pure un sedere che parla (metafora per niente velata della nota “faccia a culo” che le istituzioni indossano all’indomani delle tragedie, quando, come in un mantra, ripetono sempre che non accadrà mai più). Le famose parole con cui il macchinista, shockato e in fuga, lanciò l’allarme al telefono, sono affidate, come in una premonizione, a una bambina che a occhi aperti, nel sonno, le pronuncia pochi istanti prima che l’esplosione si compia, come in un destino già scritto e inevitabile, in quei 180 secondi che sono intercorsi tra il deragliamento del convoglio carico di gpl e la deflagrazione del flash fire. “Blocca i treni più lontano che puoi. Ferma i treni più lontano che puoi da Viareggio, è scoppiato tutto. La stazione è in fiamme. Avverti chi puoi, sono scoppiati i carri, 14 cisterne tutte con gas liquefatto infiammabile. Sta bruciando, la stazione è in fiamme, penso siano morti tutti”.

I manager celebrati, i manager stanchi
Non mancano scene disturbanti in cui il rumore assordante e insopportabile della risonanza magnetica si mescola all’orrore del gpl che vuole uccidere. E poi i vizi capitali recitati di fronte all’elenco dei manager che da indagati e imputati hanno fatto carriera, che si aggiunge alla scena del piccolo Leonardo Piagentini, 9 anni, che dal letto dell’ospedale Versilia, dopo aver perso la mamma e i due fratellini, consegnò al presidente Giorgio Napolitano un disegno. Come in una favola distorta, quel disegno si trasforma in una nomina a cavaliere che lo stesso Napolitano consegna nelle mani di Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato.

Non mancano i punti di vista immaginari dei manager delle aziende ferroviarie, sia pure non meglio identificati. Uno si rivolge al pubblico e con esso alla società civile intera, e lo inchioda alla sua responsabilità. “E’ la vostra indifferenza che nutre affari e assoluzioni”. Un altro, tornato a casa la sera, si spoglia per mettersi il pigiama, mentre a due passi da lui le mamme delle varie stragi italiane continuano a lamentarsi in un pianto insopportabile. “Che fatica. Quanto siete faticose. Voi pensate che la vita da manager sia tutta rose e fiori? Buonuscite milionarie, meeting esclusivi, cene stellate, segretarie e hostess servizievoli, sotto tutti gli aspetti. No, non è così. Continue decisioni da prendere, riunioni noiose, responsabilità stressanti e pressioni politiche. E poi ci sono loro: le madri delle vittime. Piangono, si lamentano di continuo, sui social, davanti ai palazzi, in televisione. Io non sono pagato per sopportare pure questo. Sono come mosche: un costante brusio di sottofondo. Se potessi le rinchiuderei in un bicchiere capovolto. Sarebbe bello un po’ di silenzio. Sentite, che lagna. Torno la sera a casa e nelle orecchie ho ancora l’eco dei loro strazi. Credetemi, è dura la vita da manager”. E poi ci sono le anime, con i loro “avrei voluto” che rivelano chi erano e che desideri avessero.

“Mamma, sei una rivoluzionaria invincibile”
Lo spettacolo si addolcisce con la dichiarazione d’amore che Emanuela Menichetti, morta a 21 anni dopo 42 giorni di agonia, fa alla mamma Daniela Rombi, simbolo dei familiari riuniti nell’associazione Il Mondo che Vorrei. Emanuela rievoca episodi pubblici e privati, come quello delle zucchine fritte, il suo piatto preferito, che la madre, dal giorno della sua morte, non ha più voluto cucinare. “Mamma, fammi le zucchine fritte e dimmi che mi ami. Dimmelo, anche se lo so. Lo so quando ti siedi in udienza e li guardi. Quando occupi i binari e fermi i treni. Quando manifesti e non ti fanno passare, perché sei armata della mia faccia. Fa paura. (…) Guarda quanta luce c’è nella tua vita da quando si è fatto buio. Sono passati dieci anni, ma per me non c’è tempo che scorra. Era oggi, sarà domani, è stato ieri. Non conta più. Siamo noi, io e te. Mamma, bella, coraggiosa, eterna. Sei una rivoluzionaria, immensa, invincibile. Piangi e vai avanti, sentimi e respira, sognami e accompagnami, finché il mondo che vorrei non sarà il mondo che è già qui”.

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