“C’è la nebbia e sono stanco e assetato. Al campo ci facciamo una bella bevuta di tè e mangiamo spaghetti: sono buoni, benché riscaldati… Mi alzo alle sei meno un quarto: non voglio che mi portino il tè in tenda. Non mi piace fare la parte del turista”. A parlare son rispettivamente Arturo e Oreste Squinobal, dalle pagine dei loro diari di viaggio riportate nel libro I due montanari, che Maria Teresa Cometto ha deciso di ridare alle stampe con Corbaccio (postfazione di Paolo Cognetti).

Scrivo dall’India e i quotidiani di qui (come quelli di tutto il mondo) sono costellati di notizie che riportano il numero di turisti morti in attesa di scalare le vette dell’Himalaya e della quantità di immondizia che sta trasformando questi luoghi in discariche per scalatori, isole e arcipelaghi di rifiuti al pari di quelli che offendono gli oceani.

Ma non è giusto limitare solo a questo significato, vagamente premonitore, le imprese dei fratelli walser di Gressoney, che raccontando di un modo di affrontare la montagna rispettoso e quasi affettuoso vanno a finire dritti dritti nell’albo d’oro della Lentezza. Un racconto dal di dentro, quello che Maria Teresa Cometto ha realizzato, un parlare di questi ragazzi che avvicina le loro imprese, non tanto alla conquista di una vetta, bensì alla conoscenza di quello che c’è in cima, in quel punto osservato dalle loro case o durante le escursioni in altura, per una ricerca del sapere oltre che del vincere. Un alpinismo il loro che li ha portati senza l’ausilio di attrezzature sofisticate a raggiungere i punti più alti della terra, un modo di scalare involontariamente estremo, per scelta di naturale semplicità, che li ha mantenuti pur essendo tra i più considerati scalatori di ogni epoca degli eterni amatori di questa disciplina.

Quando è nato questo libro (1984), anche se non si conoscevano ancora gli orrori dell’alpinismo di massa, che negli scorsi anni ha portato anche a numerosi scioperi degli sherpa nepalesi per le cattive condizioni di lavoro e per la mancanza di rispetto per la sacralità delle loro montagne, non trattava comunque di un mondo del tutto cavalleresco da parte di alcuni protagonisti. Basterebbe leggere le pagine che raccontano della prima invernale del Cervino, nel dicembre del 1971, in cui gli ultimi metri di una salita rischiosissima, peraltro fatta con materiali avuti in prestito dagli amici, si sono trasformati in una gara senza senso, in cui oltre alle asperità della roccia, alle avversità del tempo, bisognava guardarsi dall’atteggiamento non propriamente sportivo di inattesi inseguitori. Con l’ammissione dei momenti di paura che non puoi che affrontare salendo, visto che tornare indietro sarebbe ancora più pericoloso.

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