Il nostro Presidente della Camera, Roberto Fico, incarna autorevolmente una figura mitologica: il populista di sinistra. Populista, ma di sinistra; grillino ma buonista; Cinquestelle però movimentista, ecologista, antirazzista. E l’incarna, badate, perché evidentemente ci crede: tutta la sua esistenza politica sta lì a testimoniarlo. L’unico problema è che il populismo di sinistra è una figura mitologica: esiste sui libri, non nella realtà. Purtroppo: perché a noi élite, per non parlare del “popolo di sinistra”, piacerebbe un casino che esistesse.

Non ci crederete, ma il populismo di sinistra (r)esiste anche nella letteratura sul populismo: questa montagna di carta da macero, dopo l’ondata populista iniziata nel 2016. Cass Mudde, il maggiore studioso dei populismi pre-Brexit, distingue ancora un populismo esclusivo, di destra, e uno inclusivo, di sinistra. Bene, Fico sembra inventato da Mudde per incarnare il secondo.
Pensate solo al suo discorso alla festa della Repubblica, con la dedica ai migranti e ai rom. Un caso conclamato di populismo inclusivo o di sinistra, ai limiti del tafazzismo. A dimostrazione del fatto che il fenomeno esiste solo nei libri, però, cos’è successo poi nella realtà? I giornali di destra hanno subito crocifisso Fico come traditore della patria, e vabbè. Ma i Cinquestelle, sui social, sono stati solo più sobri: l’hanno subito invitato a iscriversi al Pd.

Il fatto è che, con Fico, uno si fa subito delle illusioni: già lo vede prendere le redini dei Cinquestelle e guidarlo all’abbraccio con il Pd. E, badate di nuovo, se il populismo di sinistra esistesse, andrebbe a finire esattamente così. Sfortunatamente, però, risultati delle Europee e le analisi dei flussi elettorali dicono ben altro. Il 77% dell’elettorato Cinquestelle vorrebbe proseguire l’avventura con Salvini. Il 40%, dopo le improbabili esibizioni di antifascismo da parte di Luigi Di Maio, è passato direttamente alla Lega. La parte restante dei voti persi dal M5S non è tornata al Pd, figuriamoci, ma all’astensione.

Da dove nasce, allora, la leggenda del populismo di sinistra? Gli anglosassoni lo chiamano wishful thinking: ci speri tanto che finisci per crederci. E invece il populismo post-Brexit non ha nulla a che fare con quello di prima: con il peronismo argentino, faccio per dire. È un fenomeno essenzialmente digitale, uscito come il genio della lampada da quella macchinetta delle meraviglie che ci segue ovunque, o piuttosto che seguiamo ovunque: il nostro smartphone. Pensate solo ai selfie di Matteo Salvini. Uno ci può anche sputare sopra (ai selfie, non a Salvini), ma è una genialata. Chi compare nel selfie lo voterà per sempre, e lo spedirà a parenti, amici e conoscenti, sino alla quarta generazione. Ci manca solo che Diego Fusaro passi di lì e subito dirà che ha incontrato lo spirito del mondo, come Hegel con Napoleone.

Eppure il populismo digitale, a differenza del populismo di sinistra, non è un sogno, da cui prima o poi ci si risveglia. Esprime la rabbia delle maggioranze impoverite dalla globalizzazione, il risentimento dei penultimi (i nuovi poveri) contro gli ultimi (i migranti). È, dunque, un populismo esclusivo e “di destra”, al quale si rivoltano le budella – la famosa “pancia del Paese” – quando il presidente della Camera dedica la festa della Repubblica ai rom. Nascerà anche a sinistra, non lo nego: ma è sempre a destra che va a parare. Fico non lo ha ancora capito. I suoi (ex) elettori invece sì.

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