Tra i due litiganti ha goduto il più forte che questa volta porta il nome di Richard Carapaz. Tutti si aspettavano Roglic contro Nibali, Nibali contro Roglic: pure loro due, che hanno commesso l’errore di sottovalutare il 26enne ecuadoregno. Alla fine è sua la maglia rosa del Giro d’Italia 2019, meritatamente. In molti storceranno il naso, diranno che è stata un’edizione sottotono e mediocre: la controprova l’avremo solo con gli anni, quando Carapaz sarà chiamato a confermare questo risultato. Per ora, le strade hanno raccontato che in salita ha prima dominato e poi replicato a ogni attacco senza batter ciglio. L’Italia, per l’ennesima volta, si è aggrappata al 34enne Vincenzo Nibali che, a dispetto del risultato, come al solito non ha tradito: ci ha provato, in ogni modo, su diversi terreni. Un campione vero, umano e proprio per questo anche perdente: forse ne capiremo la grandezza solo quando smetterà di pedalare.

Il vero sconfitto di questo Giro è invece lo sloveno Primoz Roglic, indicato da tutti come il grande favorito della vigilia dopo il quarto posto al Tour 2018. Ha dominato a cronometro, ma poi si è perso quando sono arrivate le Alpi e ancora a cronometro si è ripreso il podio strappandolo a Mikel Landa. In futuro per vincere avrà bisogno di una squadra vera (la Jumbo-Visma era completamente assente) e di una preparazione più adeguata alle tre settimane: la sensazione è che la gamba gli sia venuta a mancare proprio nei giorni decisivi. 

Tutt’altro discorso per Nibali: la pecca è stata credere che il suo vero avversario fosse proprio Roglic e quindi concedere troppo a Carapaz nelle prime tappe in salita. Quando ha capito che l’ecuadoregno non era lì per caso, il terreno per recuperare non c’era più, salvo la penultima tappa. Il percorso è parso molto meno duro del previsto e in questo senso l’assenza del Gavia (un imprevisto, non una colpa degli organizzatori) ha pesato tantissimo. La sensazione però è che Carapaz, una volta presa la maglia rosa, fosse inattaccabile. A Nibali va l’onore di averci provato comunque, seppur senza lo scatto di qualche anno fa. Ha confermato di essere l’unico corridore da grandi giri che l’Italia può vantare (aspettando il ritorno di Fabio Aru): ci proverà ancora, per una o due stagioni. Poi sentiremo fortemente la sua mancanza.

Carapaz invece è il nuovo astro nascente delle corse a tappe: in molti avrebbero puntato piuttosto sull’esplosione di Miguel Angel Lopez, invece dopo il quarto posto al Giro dello scorso anno, il 26enne di Tulcan ha mostrato una maturità e una solidità da campione. Non se lo aspettava neppure Landa, fedele gregario nonostante una condizione che gli avrebbe permesso (chissà) di prendersela lui la maglia rosa a Verona. Ecco, la squadra ha giocato un ruolo fondamentale: una Movistar granitica al fianco del suo capitano che ha spento sul nascere ogni velleità degli avversari. Carapaz è il vincitore di un Giro equilibrato ma non per questo di basso livello. L’anno scorso in molti esaltarono l’impresa di Chris Froome che conquistò la maglia rosa con una sola tappa: quest’anno, a discapito dello spettacolo, un’azione del genere non gli sarebbe mai stata concessa dagli altri contendenti. 

Le volate che invece hanno caratterizzato, forse anche troppo, la prima parte della corsa rosa, hanno raccontato che Pascal Ackermann è il velocista del futuro e che Elia Viviani si è perso. Da segnalare le vittorie in fuga di Fausto Masnada, Cesare Benedetti, Dario Cataldo e quella, epica, di Damiano Cima. Come la maglia rosa tenuta da Valerio Conti per una settimana, ma sopratutto la maglia azzurra di miglior scalatore conquistata dal 24enne Giulio Ciccone: se migliorerà a cronometro, l’abruzzese potrà un giorno lottare anche per la vittoria finale di un grande giro. Vista l’età di Nibali, l’Italia ne avrebbe tanto bisogno.

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