Di Maio avrebbe dovuto dimettersi? Secondo me, sì, anche perché a oggi ha quattro incarichi. Neppure Adenauer si sarebbe potuto permettere quattro incarichi e fino a prova contraria non mi sembra che Di Maio assomigli ad Adenauer”. Così, a Otto e Mezzo (La7), il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi, risponde alla conduttrice Lilli Gruber, che menziona le passate dimissioni di Matteo Renzi.

Scanzi osserva: “L’esempio di Renzi è il meno indicato, tenendo conto che, dopo aver perso il referendum del 4 dicembre 2016, promise più o meno 70 volte che avrebbe smesso con la politica. E oggi è ancora lì. Anche quando perse il 4 marzo 2018, fece una sorta di dimissione rallentata e posticipata. Prendo invece come esempio D’Alema, che nel 2000 si dimise per molto meno, perché perse le elezioni regionali”.

E torna su Di Maio: “Come fai a 32 anni a svolgere il ruolo di vicepresidente del Consiglio (che forse ha più potere del presidente del Consiglio) e ad avere due ministeri difficilissimi? Di Maio si è pure sopravvalutato, perché ha preso due ministeri che sono i più difficili di tutti gli altri e che esigono immediatamente delle risposte. In più, è leader politico. E’ chiaro che, come minimo, Di Maio non è più leader politico nel M5s. Il movimento non ha perso, ma ha straperso. Ha preso una batosta che ne bastava la metà”.

Poi aggiunge: “Se mi metto nella ottica dei 5 Stelle, vedo un problema duplice. Da una parte, loro sono in una sorta di cul-de-sac, cioè non appena si muovono, sbagliano. Se fanno saltare il banco, ed è l’unica strada che io vedo, comunque passeranno per coloro che sono stati irresponsabili per salvare se stessi. Dall’altra parte – continua – per avere le dimissioni di Di Maio, sono necessarie delle alternative. Io non vedo dietro il M5s un esercito di leader che possono rivestire il ruolo di capo di partito. Nel Pd, bene o male, qualcuno c’era. Nella Lega no, perché è il partito più monocratico che esista. Nei 5 Stelle mi viene in mente soltanto Di Battista. Non ne vedo altri”.

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