Pulp Fiction vince a Cannes nel 1994. Ricordiamolo ancora: Clint Eastwood presidente di giuria all’epoca regista dei titoli più maturi della sua carriera (Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County), quando i giornali mainstream italiani confondevano vanamente ancora il termine liberale all’europea con liberal all’americana. Eastwood di bianco vestito non fa trasparire emozioni e legge il nome del film vincitore. Tarantino guizza in piedi come Benigni agli Oscar.

Il primo abbraccio è per Harvey Weinstein e poi sul palco realmente emozionato con Bruce Willis, John Travolta, Samuel L. Jackson. Una tizia dalla platea gli urla per ben tre volte “che film di merda”. Tarantino ridacchia. Non c’è rivolta, non c’è rivoluzione nella protesta. Il pubblico di Cannes abbraccia la deviazione personale del cinema tarantiniano e presto la fa diventare “norma”. Del resto il debutto del 1992 con Le Iene era stato la vera sorpresa di Cannes 1993 con un Fuori Competizione memorabile. L’enfant prodige dell’indie statunitense chez Miramax/Weinstein diventa subito cocco della critica. Da qui in avanti è tutta discesa festivaliera. Tarantino festivalmaniaco. E siamo solo al secondo film.

JACKIE BROWN (Berlino 1997)

Jackie Brown, il terzo sottovalutatissimo film di Tarantino (e per noi sta in top five) ha tempi di lavorazione sballati rispetto a Cannes. Esce a Natale negli Stati Uniti, poi comunque finisce alla Berlinale che non chiede la prelazione “anteprime mondiali”. Kosslick riesce pure a far vincere a Samuel L. Jackson l’Orso d’oro come miglior attore, ma il cuore di Quentin è sulla Croisette. Lì ha preso la patente d’ “auteur”. Lì tornerà presto da imperatore.

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