“Cari giornalisti, per amore del cinema non fate spoiler, non rivelate il finale”, firmato Quentin Tarantino. Solo al sovrano di Hollywood sono concesse certe licenze, come l’introduzione alla visione per la stampa con lettura della lettera anti-spoiler. Visioni precedute da ore di coda proporzionali al colore (priorità) del badge, con giornalisti e critici pazientemente accatastati fuori dalla sala Debussy, alcuni raggruppati come gli hippie del film (spoiler alert!) a mangiare panini raffazzonati: mancavano solo i falò. All’apertura delle porte del cinema si è sentito un boato, come quando viene suonata la prima nota d’accordo degli strumenti della band attesa da mesi allo stadio, qualunque stadio del mondo: per Tarantino il tifo è da stadio.

La lunga premessa vale la lunga visione del suo Once Upon a Time… in Hollywood, uno dei più poderosi, pirotecnici e festosi omaggi al cinema dei generi che il regista più cinefilo d’America (Martin Scorsese permettendo) abbia realizzato in carriera, ma che abbia anche preso forma nella storia del cinema. Un film magnifico, capace di far perdere allo spettatore le coordinate per poi fargliele ritrovarle in una seconda parte decisamente superiore alla prima, come spesso capita nel suo cinema. Un depistaggio immaginifico ai limiti del punk: già, un omaggio punk al cinema dei generi e in un certo senso anche al proprio cinema con l’elemento del doppio (l’attore e il suo stunt) a simboleggiare il cinema che guarda se stesso.

Senza tradire il patto di fedeltà “no spoiler”, è sufficiente fornire l’anno messo a fuoco – il 1969 – e la nota ambientazione – Hollywood – per riesumare in memoria “atti e fatti” noti alla cronaca nera di quella Hollywood criminale che fa da sfondo all’intera opera. Però tale sentimento criminal/noir resta nelle atmosfere, giacché in primo piano Quentin sceglie il principe dei generi americani: il western. La sua star Rick Dalton (Leonardo DiCaprio, sempre straordinario) e la sua controfigura Cliff (Brad Pitt, perfetto e in gran forma) si vogliono un gran bene (omaggio al buddy movie), si ubriacano insieme e vedono regolarmente la serie nazional popolare dell’epoca FBI dove Dalton compare in alcuni episodi.

Dopo aver recitato in un western – lungamente descritto in diverse scene che fungono narrativamente al film stesso – Rick firma un contratto con un produttore interpretato da un magnifico Al Pacino per interpretare diversi film in Italia. E qui Tarantino si sfoga nella sua dichiarazione d’amore al poliziottesco di casa nostra e, ovviamente, allo spaghetti western nella figura del proprio idolo, Sergio Corbucci del cui Django ha notoriamente realizzato un omaggio. Rientrando a Hollywood con tanto di moglie italiana, le strade di Dalton e Cliff sembrano dividersi finché qualcosa – che non andremo a rivelare – accade e lancia il film nell’olimpo della memoria.

Uso narrativo intrinseco ed estrinseco dei generi, presenza colossale di citazioni e riferimenti cinematografici (fra cui anche dalla propria filmografia), temporalità volutamente schizofreniche con flashback e forward a profusione, uso di voce narrante solo all’occorrenza, musica originale o canzoni dai repertori dell’epoca a seconda dei momenti, movimenti di macchina propri dei generi omaggiati. E soprattutto, una variazione della storia (di cui è maestro, vedi Bastardi senza gloria) che può solo farci piacere ma di cui non sono consentite rivelazioni: di questa e molte altre cose si nutre Once Upon a Time… in Hollywood.

Insomma, un’opera dai mille strati per farci amare ancora di più la Fabbrica dei Sogni che si chiama Hollywood, con tutti i suoi pregi e difetti, che allieterà anche gli italiani dal 19 settembre.

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