Ieri a Salerno la ragazza identificata dalla polizia rea di aver mirabilmente sfregiato l’autostima di Matteo Salvini avanzandogli con la scusa di un selfie la domandina: “Ma non eravamo terroni di merda?”. Poi ad Avellino una incursione della Digos in casa di una signora che aveva esposto sul suo balcone un manifesto contro (“La Lega è una vergogna”). A dicembre scorso – al tempo dei barconi e dei migranti lasciati morire in mare – la polizia di Stato, in funzione purificatrice, aveva rincorso un signore che silenziosamente innalzava a piazza del popolo a Roma, durante la manifestazione leghista, un cartello con una frase tratta dal Vangelo: “Ama il prossimo tuo”.

Salvini che chiama le guardie, o lascia che le guardie facciano il lavoro sporco, consegna se stesso da militante dei banchetti dei mercati popolari, che ha frequentato per oltre un ventennio in nome della Lega, a potente che si fa difendere, oltre la misura e oltre il diritto, da un servizio di scorta pagato dallo Stato, in questo caso, come direbbe lui, persino in nome del popolo italiano, per difenderlo nelle sue funzioni da aggressioni o atti violenti. La Digos non è pagata per far tacere le contestazioni, quando esse si esprimono in modo civile e responsabile, come in tutti questi tre casi descritti. È successo anche al tempo di Silvio Berlusconi, quando la polizia identificò Piero Ricca colpevole di aver gridato “buffone” all’indirizzo dell’allora premier. E innumerevoli sono i casi di soverchieria ad opera dei servizi di scorta di ministri e di potenti, ieri e ieri l’altro come oggi succede con Salvini, da farci dire che queste operazioni assomigliano a vere e proprie intimidazioni.

Salvini può chiedere scusa ai meridionali per aver profferito frasi ingiuriose e volgari nelle sue funzioni di deputato della Repubblica, dunque rappresentante di tutti gli italiani. Può anche ritenere di non scusarsi. Quello che non può fare, e che il capo della polizia Franco Gabrielli dovrebbe impedire ad ogni costo, è di trasformare i poliziotti in questurini leghisti.