La scelta di Antonio Piccirillo, 23 anni figlio del boss di camorra Rosario, di dissociarsi nel modo più clamoroso e pubblico che ci sia, partecipando cioè alla manifestazione contro la camorra dopo l’ultimo, sanguinoso raid nelle vie di Napoli, è una notizia più rilevante di quanto si pensi. Perché la questione che dovremo affrontare è legata oramai al dominio culturale che la criminalità organizzata ha conquistato e al fatto che lo Stato abbia considerato la lotta alle mafie non come un bene rifugio della democrazia ma come un impegno troppo oneroso. Prendere di petto i camorristi non porta voti purtroppo, le parole d’ordine di questi ultimi tempi sono le più trite e lontane da questo dramma per il quale, ad ogni morto, si recita un falso mea culpa.

Non abbiamo più occhi per vedere né voglia di vedere. Semplicemente siamo assuefatti. Al punto che ci accorgiamo appena fianco delle buone notizie. Una di queste è appunto la clamorosa dissociazione del figlio del boss. Un’altra, molto più piccola ma non meno rilevante, è che finalmente le ruspe hanno iniziato ad abbattere le costruzioni abusive sul litorale di Castelvolturno, il luogo infernale, il paese in cui ogni miseria si è fatta violenza, e ogni sopruso è stato lasciato avanzare perché in quelle terre, l’area domiziana, la Repubblica Italiana ha issato bandiera bianca.

Perciò dobbiamo dire che l’iniziativa della Regione Campania, che ha iniziato la bonifica di quei territori, investendo nel sistema fognario, nel recupero degli impianti di depurazione, nel disegno di un piano che dia un po’ di ordine urbano, sia l’atto più importante contro la camorra. Sono necessari ma non bastano poliziotti o galere. Serve che lo Stato si ripresenti dai luoghi nei quali è scomparso e accetti di garantire ai cittadini che vivono sotto il dominio criminale di non perdere ogni speranza, di non arruolarsi nell’esercito, già folto, dell’altro Stato.

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