Settecento missili hanno solcato i cieli di Israele nelle ultime 48 ore, oltre trecento le missioni dei caccia israeliani sulla Striscia di Gaza. E’ stato, quello finito all’alba di lunedì con la tregua accettata da Israele, il più feroce e sanguinoso scontro nella Striscia di Gaza dalla guerra del 2014. Con 4 civili uccisi e dozzine di feriti sul lato israeliano e 31 morti (11 di loro miliziani di Hamas e della Jihad islamica) e un centinaio di feriti sul versante palestinese. Eppure, nonostante tutta la sua ferocia e tutto il sangue sparso, anche questa battaglia a Gaza non ha portato a cambiamenti significativi sul terreno. Hamas, che ha giurato la distruzione dello Stato di Israele, rimane al potere nella Striscia di Gaza con un arsenale ancora ben fornito, nonostante abbia sparato centinaia di proiettili di razzi e mortai contro Israele. Nonostante gli attacchi dell’IDF contro istallazioni militari ma anche contro le case private dei comandanti dei miliziani, Hamas e Jihad islamica hanno dimostrato una seria capacità operativa. Anche se colpiti dai raid degli “artiglieri” islamici, hanno continuato a lanciare razzi con gran ritmo, stavolta hanno sparato decine di missili contemporaneamente nella speranza che qualcuno riuscisse a “bucare” il sistema di difesa Iron Dome.

Al momento sembra che Israele possa tenere i suoi cittadini fuori dai rifugi antiaerei per le imminenti commemorazioni del Memorial Day e le celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza. Il primo ministro Benjamin Netanyahu può tornare a cercare di costruire una coalizione di governo. L’Eurovision Song Contest può procedere come previsto a Tel Aviv la prossima settimana. Anche se una competizione musicale può sembrare una cosa banale, l’incapacità di tenere un evento internazionale al sicuro nella città più popolosa d’Israele sarebbe stato un segnale grave per il resto del mondo sull’instabilità dello Stato ebraico.

Hamas e la Jihad Islamica hanno lanciato oltre 700 razzi e proiettili di mortaio nel sud e nel centro di Israele nel corso di due giorni: il più grande numero di proiettili sparati dalla Striscia in un periodo di 48 ore. Mentre la maggior parte di questi sono stati lanciati verso il sud di Israele, diversi hanno preso di mira le città più lontane e più popolose come Ashdod, Yavne, Rehovot e  Beer Sheva costringendo centinaia di migliaia di israeliani nei rifugi anti-bomba. L’IDF sta ancora indagando sull’efficacia delle sue batterie di difesa aerea, ma sulla base di valutazioni iniziali il tasso di successo dell’Iron Dome è stato dell’86 per cento che è pari alle prestazioni passate.

I militari che sciorinano numeri e statistiche non salvano però il premier Benjamin Netanyahu da una selva di critiche che raccoglie tutto il panorama politico israeliano, compreso il Likud, il partito di cui “Bibi” appare come proprietario piuttosto che leader. Con un velenoso post su Twitter, Gideon Saar – ex ministro e esponente dell’ala moderata – se la prende con la politica della deterrenza scelta dal premier. Sulla stessa linea Benny Gantz – l’ex generale leader dell’opposizione di “Blu e White” che era capo di Stato maggiore durante la guerra del 2014 e del 2012 – due giorni di guerra hanno “lasciato le cose al loro posto”.

La politica di Netanyahu su Gaza era già nel mirino da mesi, quando di fatto accettò di far passare 15 milioni di dollari al mese donati dal Qatar per pagare gli stipendi ai dipendenti di Hamas. Era una sorta di “cash for calm”. Con la promessa di allargare la zona di pesca fino a sei miglia marine, di facilitare il passaggio di merci e prodotti agricoli verso Israele, di aumentare la quota di camion di aiuti umanitari dell’Unrwa che giornalmente transitano per il valico di Kerem Shalom. Alcune di queste promesse – il passaggio dei dollari – sono state mantenute fino allo scorso mese, poi basta. Diventava imbarazzante per il premier fare concessioni alla gente di Gaza durante la campagna elettorale.

L’alleanza di sei partiti con i quali Netanyahu vorrebbe formare la nuova maggioranza – che comprende religiosi, nazionalisti e suprematisti ebraici – non ha nessuna intenzione di sostenere queste “pericolose” concessioni alla gente di Gaza. E Hamas è convinto di poterle ottenere con la forza. Questa l’origine della “battaglia di maggio”. E questa sarà la sua prosecuzione. Israele festeggerà dopodomani il Giorno dell’Indipendenza, il 18 maggio l’Eurovision Song Festival andrà in mondo visione da Tel Aviv e Netanyahu per quei giorni dovrebbe aver formato il governo del suo quinto mandato da premier. A Gaza e in tutto il mondo islamico è iniziato il Ramadan che finirà il 5 giugno. Senza importanti concessioni da Israele la situazione interna alla Striscia – che è sull’orlo della crisi umanitaria come denuncia l’Onu – non può cambiare. È in quelle settimane che la battaglia di Gaza potrà riprendere, esattamente da dove è stata fermata all’alba di lunedì mattina.

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