Partiamo dai fatti di cronaca. Il 24 aprile si gioca, a San Siro, Milan-Lazio. È la semifinale di Coppa Italia, partita di ritorno, e a entrambe le squadre piacerebbe alzare il trofeo, considerato che tra le mani, tra campionato e competizioni europee, non hanno granché. Il cielo, sopra la città, è una lastra di marmo e qualcuno, uscendo di casa il mattino, ha rispolverato la giacca invernale. In via Fatebenefratelli, tra le stanze della Questura, c’è lo stesso clima sonnacchioso che si respira tra le strade per via del ponte festivo tra Pasqua e la festa della Liberazione. A un certo punto, però, arriva una notizia da piazzale Loreto: un gruppo di ultrà laziali ha esposto uno striscione con su scritto “onore a Benito Mussolini”, tributando al Duce il “presente” con tanto di saluto fascista (fatto, questo, che è costato il daspo a otto persone). Passa poco tempo, ed ecco che fuori dallo stadio altri gruppi di sedicenti tifosi biancocelesti iniziano coi cori razzisti nei confronti di un giocatore del Milan, Tiémoué Bakayoko. I cori, manco a dirlo, continuano sugli spalti, nel corso della partita, e poi fuori, dopo il triplice fischio.

Per questi episodi il giudice sportivo Alessandro Zampone ha deciso la squalifica per una giornata, sospesa con la condizionale, della curva laziale. Stando ai rapporti dei collaboratori della Procura federale, presenti a San Siro, i cori razzisti sono “attribuibili al 90% degli occupanti del settore ospite”. In pratica, circa 3600 persone. La domanda, ora: perché, a fronte dell’evidenza dei fatti, la partita non è stata interrotta?

Il 30 gennaio scorso, la Figc ha riscritto le norme sulle discriminazioni (razziali, religiose, di genere, di origine territoriale e nazionalità) negli stadi (art.62 del Noif, Norme organizzative interne federali). Chi ha il potere e la responsabilità di sospendere il gioco non è più l’arbitro – e per fortuna – ma un funzionario della Questura, incaricato dal Ministero dell’Interno, che si avvale dei collaboratori della Figc. Il direttore di gioco, quindi, riceve l’ordine dal responsabile dell’ordine pubblico. Dopo la prima sospensione, lo speaker ne dà comunicazione agli spettatori. Stesso procedimento nel caso di una seconda sospensione. Se l’interruzione dura più di 45 minuti, scatta lo stop definitivo. 

Ora, ci sono almeno tre motivi, secondo me, per i quali il match è andato avanti come se nulla fosse. Il primo: il titolare del Viminale, Matteo Salvini, si è detto contrario alle modifiche del protocollo. Per lui, ululati, buu e cori conditi da “banane” ed espressioni affini, non sono espressioni di razzismo (qui, in effetti, noto la coerenza di chi ai napoletani cantava “senti che puzza, scappano anche i cani…”). “Facciamo la scala Richter dei buu” ha proposto. Ma nessuno ha capito se dicesse sul serio o scherzasse. Sia come sia, la domanda – retorica – è: che interessi ha il funzionario del Ministero nel mettersi contro il proprio ministro? Nessuno.

Seconda domanda, meno retorica ma più di sostanza, e che rappresenta anche la seconda ragione: e se il funzionario avesse scelto di non fermare il gioco per scongiurare problemi di ordine pubblico fuori dallo stadio, a partita conclusa? Pensiamoci.

Terzo motivo: la sospensione e l’annullamento della gara dà a un manipolo di sedicenti tifosi (per me tifosi non lo sono, sia chiaro) un potere enorme. E cioè quello di interrompere le partite quando c’è qualcosa, qualsiasi cosa, che a loro non sta bene. Questo, inevitabilmente, si traduce in uno strumento di ricatto nei confronti delle società. E la ragione è tanto semplice quanto assurda: l’articolo 4 del Codice di giustizia sportiva sancisce la responsabilità oggettiva delle società per quanto riguarda il comportamento “dei propri sostenitori, sia sul proprio campo, intendendosi per tale anche l’eventuale campo neutro, sia su quello delle società ospitanti, fatti salvi i doveri di queste ultime”.

Stando così le cose, a me sembra che l’ipocrisia regni sovrana un po’ ovunque: in chi bolla atti di razzismo come goliardate, in chi si strappa i vestiti invocando lo stop delle partite e, naturalmente, nelle società, che per convenienza fanno poco, pochissimo, affinché le cose cambino.

E allora propongo una soluzione già avanzata da chi ne sa più di me: l’articolo 4 va rivisto, completamente. Se una persona è responsabile di atti violenti ne deve rispondere come fosse per strada o al bar. Per se stesso, individualmente. Per rendere ciò possibile, la tecnologia ci viene in aiuto: le società si devono dotare di un efficace sistema di telecamere a circuito chiuso che puntino sugli spalti. 

Io partirei da qui, voi?

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