Le dichiarazioni rese dall’indagato non sono state verificate, così come si deve ancora appurare “se vi siano altri responsabili” e “quanti capi d’abbigliamento siano stati messi in vendita in Italia sia prima che dopo la diffida del difensore della parte offesa, nonché chi abbia commissionato la fornitura”. Con queste motivazioni il gip di Biella, Arianna Pisano, ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura è disposto altri sei mesi di indagine. Sono passati quasi quattro anni dalla prima querela presentata dall’artista salentino Giovanni Ria, difeso dall’avvocato Massimiliano Gabrielli, contro il colosso mondiale dell’e-commerce Bonprix per aver utilizzato un suo mosaico, la Madonna della Pace, su magliette e vestitini della collezione Rainbow 2015, venduta in tutto il mondo. E per la terza volta un gip ha respinto una richiesta di archiviazione e disposto altre indagini.

Era già successo due volte a Lecce. Nonostante anche la procura abbia pochi dubbi sul fatto che l’opera di Ria sia effettivamente finita sui vestiti Bonprix senza che l’artista ne sapesse nulla né abbia mai ricevuto una proposta per lo sfruttamento dei diritti d’autore, il sostituto procuratore salentino Emilio Arnesano aveva per due volte sostenuto che non ci sia modo di procedere nei confronti dell’unico indagato in questa vicenda, Stefano Rama, procuratore italiano della multinazionale tedesca. Un copione che si è ripetuto anche quando l’indagine è stata spostata a Biella per competenza territoriale. Ma anche questa volta un gip non ha accolto la richiesta di archiviazione.

La pm Mariateresa Iozzo era arrivata alla stessa conclusione del suo collega salentino: Rama, sostanzialmente, era un mero esecutore degli ordini che arrivavano dalla casa-madre tedesca. Insomma, è lì, semmai, che andrebbero ricercati i responsabili del ‘furto’ dell’immagine finita su t-shirt e vestiti. Ma per la pm Iozzo “non pare opportuno dare corso all’onerosa e complessa attività d’indagine rogatoriale suggerita” dalla polizia giudiziaria. Anche perché, stando a quanto sostenuto dall’indagato, sarebbero stati venduti appena 24 capi con l’effigie sacra realizzata da Ria.

Il gip Pisano però la vede diversamente: “La richiesta di archiviazione non può essere accolta, risultando la stessa basata unicamente sulle dichiarazioni rese dall’indagato, senza che le stesse siano state verificate”, si legge nell’ordinanza. Inoltre il giudice di Biella ritiene “indubitabile” che “si debba ancora verificare se via siano altri responsabili” come, suggerisce, “il legale rappresentante della società Bonprix Italia srl“. Va ancora appurato anche quanti capi “siano stati messi in vendita in Italia” e “chi abbia commissionato la fornitura”. È stata Bonprix GBMH? Oppure è stata commissionata direttamente dall’Italia al confezionatore in Turchia?

Il gip sottolinea anche come vada verificato “dove sia stato destinato quello che lo stesso indagato (Rama, ndr) ha definito come ‘reso‘”. “Tale ultima circostanza, peraltro – continua il giudice – potrebbe risultare particolarmente utile per capire se si possa configurare anche l’ulteriore delitto di ricettazione in quanto diversi capi di abbigliamento sono stati pubblicizzati e messi in commercio con l’indicazione ‘capi nuovi ma privi di etichetta‘”. “A tal fine sarebbe sufficiente che la Guardia di finanza acquisisse e verificasse i documenti di acquisto e vendita dell’intero stock dei capi di abbigliamento oggetto di evidente plagio“, scrive ancora il gip Pisano. Che, su tutti i dubbi elencati, indica al pm di indagare per altri sei mesi.

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