Pochi giorni fa mi è stato chiesto quanto sia difficile oggi affrontare l’antifascismo e la Liberazione nelle scuole, quale sia il grado di refrattarietà dei nativi digitali alla narrazione dei fascismi analogici, e delle Liberazioni che si sono rese necessarie per consegnare alla storia la memoria della loro fisiologica sconfitta. Da studente, ho sempre preferito pensare alla storia come a un insieme di processi più che a un susseguirsi di protagonisti, eventi e biografie. Insegnandola oggi nei licei romani continuo a proporre quella visione, inciampando spesso in una distanza non tanto cronologica tra gli studenti e l’argomento affrontato, quanto emotiva.

La storia in quanto materia scolastica, infatti, tende oggi come allora a generare negli studenti gli stessi sentimenti ambivalenti: se spiegata secondo certi criteri, può interessarli al pari della sinossi di una qualsiasi delle loro serie tv preferite, se assegnata in quanto ammontare di pagine e date, tende a scoraggiarli e impigrirli. Quello che fa la differenza pare essere proprio la capacità degli studenti di percepire un dato argomento come emotivamente “vicino”. Non è il peggiore dei paradossi possibili che la società civile si trova ad affrontare, d’altronde l’adolescenza è il momento in cui l’approccio emotivo di un individuo all’esistenza raggiunge il suo culmine, prima di acquisire i filtri e le sofisticazioni che la società adulta esige, per poter vivere e interagire l’uno di fianco all’altro senza urlare tutto il tempo, nutrendosi esclusivamente di pizza e merendine.

Un paradosso ben più preoccupante è quello al quale assistiamo in Italia da venticinque anni a questa parte, da quando la destra al governo ha iniziato a porre i distinguo dinanzi al termine “antifascista”. Oggi, chiedendo al potere se se la sente di definirsi antifascista, oltre ai distinguo ci sorbiremmo anche le precisazioni di pari distanza anche da qualsiasi altra fazione ideologica che dell’antifascismo si è fatta storicamente carico. Paradossale, dato che senza quello stesso antifascismo i partiti, i movimenti e le fazioni nei quali il potere oggi si fa eleggere sarebbero, nella migliore delle ipotesi, illegali. Tutto sommato fin qui ci ritroviamo nella consueta, ma non per questo meno deprimente, cornice di una campagna elettorale permanente, ma il momento in cui gli animi della coscienza nazionale si scaldano davvero, e i nervi saltano, è il 25 aprile.

Non sta scritto da nessuna parte che il 25 aprile debba unire, d’altronde se fosse stato un momento storico d’unione spontanea non ci sarebbe stato nessuno da liberare, ma nella mia esperienza di insegnante mi rendo conto di come questo dibattito sulla divisione sia, sempre più, una questione tra soli adulti.

In questi anni di post-tutto, soprattutto di post-politica, un adolescente approda alle ideologie, morte o vive che siano, in due modi: per retaggio culturale famigliare (spesso anche in opposizione a un retaggio famigliare) o per fattori ambientali, cioè in base alle vicissitudini politiche del proprio quartiere o della propria comunità di riferimento. Dal Dopoguerra, questa dei nati dopo il 2000 è la prima ad avere una distanza cronologica nettamente marcata rispetto alle precedenti, in quanto a esperienze dirette con dittatura fascista e occupazione nazista. La generazione dei nostri nonni l’ha vissuta sulla propria pelle, quella dei nostri genitori è stata protagonista della sua storicizzazione e della nascita di una tensione nuova, interna e strategica, la nostra ha conosciuto l’onda lunga di quelle tensioni ideologiche, vivendo sulla propria pelle il sangue della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto come rappresaglia dell’autoritarismo sugli antifascismi spontanei, extra-istituzionali.

Un nato dopo il 2000 all’epoca del G8 sapeva a malapena camminare, ed era alle elementari quando crollò il governo Berlusconi per fare spazio a quello tecnico di Monti. Non ha memoria della nascita di un sentimento di anti-politica poiché è nato al culmine dell’anti-politica. Paradossale perciò che gli venga imputata l’ignoranza dei suoi diritti e doveri di cittadinanza, o che da lui o lei si esiga la maturità critica che questo stesso processo demagogico e populista gli ha negato. Quando un liceale di oggi voterà, alle prossime politiche, il M5S sarà più anziano di Forza Italia quando andò al governo per la prima, ma anche per la seconda volta. La prospettiva storica di questa generazione è ancora squisitamente scolastica, e i suoi strumenti per comprendere la contemporaneità sono ancora tutti da costruire.

Lavorando con studenti di istituti superiori di periferia, quando affronto il fascismo e l’importanza sia storica che simbolica del 25 aprile, so riconoscere nelle reazioni di ragazze e ragazzi l’eventuale distanza o vicinanza emotiva tra loro e l’argomento, che sia dovuta a ragioni anagrafiche o ad appartenenze politiche. L’interesse che cerco di suscitare in loro non può nascere da una mia abilità nel farli appassionare a fatti storici che non stanno vivendo direttamente, ma dalla capacità o meno di creare un parallelo tra le due oppressioni che sono chiamati a riconoscere. La prima è quella che storicamente creò un bisogno di Liberazione il 25 aprile del 1945, l’altra è quella negazione di spazi e sentimenti a cui loro stessi, in quanto adolescenti e quindi soggetti ad aspettative e schizofrenie della società che stanno imparando a conoscere, sono ben più avvezzi.

Dei miei due nonni uno sfuggì a un rastrellamento nazista e l’altro alla prigionia in Grecia. Avendo ascoltato direttamente i loro racconti, è stato facile per me coltivare sin dall’infanzia un sentimento antinazista e antifascista, in quanto rappresentazione ultima di un potere che si fa violenza, e negazione di libertà e vita. Per parlare ai nati dopo il 2000 di antifascismo e Liberazione, qualora ne siano completamente a digiuno, è necessario fare riferimento a tutto ciò che gli fa esperire anche solo una possibilità di quella negazione di libertà e vita. Che sia la memoria di una discriminazione subita per la propria identità di genere, per la propria origine straniera o per un banale (ma vallo a dire a loro) rifiuto amoroso o litigio tra amici, è comunque una leva emotiva che genererà in loro un’ansia di Liberazione. È da lì che bisogna partire per dargli le chiavi della storia e, con essa, gli strumenti per farsi interpreti della loro contemporaneità.

Se è vero che ‘fascismo’ è solo un termine che storicamente fa riferimento a un’epoca sempre più distante, è vero anche che si tratta di un termine che per impatto e portata storica ha saputo ascrivere ai suoi confini i crismi più inquietanti e violenti di ogni deriva autoritaria. Ne consegue che ogni epoca abbia il suo fascismo, e che probabilmente è solo presto (lo è?) per prendere coscienza storica delle sue forme attuali.

Parlare oggi di quanto sia stato vitale opporsi al fascismo di allora, confrontarsi, se necessario dividersi e scontrarsi, sarà altrettanto vitale finché esisterà in un qualsiasi individuo un sentimento di oppressione, e quindi un’istanza di Liberazione.

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