La progressiva fascistizzazione di Giorgia Meloni documenta l’esigenza di offrire al suo elettorato qualcosa di appetibile e, come una cuoca arrivata tardi al casting di un’edizione di Masterchef, mette in tavola quel che si trova tra le mani. Sono scarti invece che leccornie, e ieri non sarebbero mai giunti nel piatto. Ma si deve pur mangiare e la Meloni deve pure tentare di  tener testa a Salvini e all’abbuffata che per lui si prepara il 26 maggio.

Non potendo fare di meglio, Giorgia conduce Fratelli d’Italia nel dirupo della destra nostalgica, nemmeno romanticamente fascista ma soltanto trasformista. Non sapendo fare di meglio torna al punto in cui era partita e dal quale sembrava volersi liberare: fare qualcosa di fascista, dire qualcosa di fascista. Ma alla sua destra c’è Casapound che presidia, anche un po’ menando le mani, lo spirito del ventennio e questa volta il make up sembra mal riuscito.

Riuscirà forse a superare la soglia di sbarramento del 4 per cento, ma sarà indiscutibilmente ritornata a fare ciò che aveva promesso di non fare, a dire quel che – un po’ vergognandosi –  aveva promesso di non dire mai più.

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