Alessandro Bigatti, 33 anni, di Lodi, una moglie (Barbara), un figlio, soprattutto un suocero che è anche il datore di lavoro e viceversa poco lavoratore ai fornelli quando si è trattato di fare il sous-chef. Scena madre: quando è stato messo a tagliare chili e chili di cipolla mentre Alessandro faceva il piatto. Nell’azienda di famiglia di noleggio di slot-machine. Lavora col suocero, ma anche con la moglie: “Lavorare con lei da una parte è bellissimo, dall’altra è un po’ complicato: riesci a organizzarti il tempo molto bene, ma a volte il lavoro te lo porti a casa e alle cene si va sempre a finire a parlare di quello!”. Pare insicuro, indeciso, sempre aggredito dagli spettri dell’angoscia e forse si capisce anche perché: al lavoro lo comanda la moglie, a casa cucina lui ma la moglie gli trova i difetti nei piatti. Eppure lui dice che sono sempre “critiche costruttive”. E’ la diapositiva di com’è fatto Alessandro: botte, e lui fa spallucce.

Può ambire al Nobel per la Pace, essendo il perfetto Anti-Gilberto: se un avversario fa un piatto-bomba gli urla i complimenti dall’altra parte della classe e lo applaude come a un concerto dei Muse. La barba curata da un garden designer, la sua faccia è il biglietto da visita: se Gloria non fa trasparire nessuna emozione nemmeno se sottoposta alla tortura della goccia cinese, Ale sembra sempre lì lì per urlare di paura, spalancando gli occhi al primo ostacolo. E’ grazie a lui che Locatelli ha prodotto l’aforisma dell’anno: “La puff pastry si fa con l’egg wash“. Ma con una tale resistenza da bonzo, il sogno di tutti quelli che seguono MasterChef è rappresentato da un meme che gira ormai da settimane, dopo che Alessandro sembrava ogni volta l’ultimo del gruppo e invece si salvava puntualmente per primo. Ale come Steven Bradbury.

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