Settimana n. 2

Ho iniziato a capire un po’ di cose su conti, Isee, domanda e tutto quello che gira intorno a questa storia del reddito di cittadinanza: la prima è che se sei così povero da avere tutti i requisiti necessari a chiederlo, quasi sicuramente conosci anche altre persone così povere da avere tutti i requisiti necessari a chiederlo. Io infatti mi ritrovo con un po’ di amici precari o disoccupati, nelle mie stesse condizioni, che stanno provando a compilare la domanda: Marco, Erika e altri ancora con cui ogni tanto ci telefoniamo e ci scambiamo informazioni sui documenti, su dove trovarli, su quali requisiti servono e chi può fare la domanda e chi no. Una specie di carboneria dei poveri che si organizza per sconfiggere il malvagio mostro burocratico. E poi ho scoperto di altri che si lamentavano ogni giorno con me perché stavano morendo di fame che invece a quanto pare stanno un po’ di meglio di quello che dicevano e quindi non hanno i requisiti per compilare la richiesta. Questo non vuole dire che siano improvvisamente diventati ricchi, vuol dire soltanto che ci sono tanti modi di essere poveri e certi non rispettano gli standard della burocrazia: io sono ufficialmente povera, altri sono poveri e basta.

La seconda cosa che ho imparato è questa: Caf che vai, usanza che trovi. A Marco il tizio del Caf dove è andato ha detto che non servivano i Cud, perché poteva vederli direttamente dal sistema e quindi ha dovuto portare solo i documenti sui conti correnti e la visura catastale della casa; a Chiara invece un altro tizio di un altro Caf ha chiesto tutta la documentazione, compresi i Cud, più un contributo volontario di dieci euro perché non ce la fanno ad andare avanti e le donazioni sono importanti. Chiara ha risposto che sicuramente sono importanti, sottolineando però che quelli che chiedono il reddito di cittadinanza non sono i cittadini ideali a cui chiedere donazioni. A me Max, il tizio del Caf che mi è sembrato molto scrupoloso e competente la prima volta che l’ho incontrato, ha fatto portare tutti i Cud, li ha inseriti nella richiesta di Isee, poi dopo qualche giorno mi ha chiamato per dirmi che non gli avevo portato tutti i Cud: il sistema dava errore e quindi dovevo recuperato il Cud mancante e portarglielo e rifare di nuovo la domanda Isee con i dati giusti.

Il che mi ha fatto capire altre due cose: la prima è che io pensavo che l’Isee fosse una specie di autocertificazione in cui tu dichiaravi quanto avevi guadagnato, la tua situazione patrimoniale eccetera, mentre in realtà la burocrazia in qualche modo lo sa già, come dimostra il caso di Marco, con cui purtroppo ancora non avevo parlato al momento della telefonata con Max (altrimenti gli avrei urlato dietro invece di limitarmi a un “ok, lo cerco”); la seconda è che Max forse non è la volpe che mi era sembrata al primo incontro. La cosa che non ho capito è perché ti venga chiesto di compilare un modulo in cui devi inserire gli importi dei redditi che loro già conoscono ma questo attiene ai misteri della burocrazia che non ho mai capito e non ho voglia di approfondire, quindi mi sono concentrata sul fatto che i Cud del 2018 non erano tre come pensavo io, ma quattro come diceva il sistema.

Morale della favola: ho cercato il Cud in questione e non sono riuscita a trovarlo né in cartaceo né fra le vecchie mail dell’anno scorso. Così ho dovuto fare una piacevole gita all’Agenzia delle Entrate e recuperare, alla modica cifra di 3,10 euro in marche da bollo, il certificato rilasciato in copia semplice che mancava: una certificazione da 450 euro per una collaborazione con un’università del tempo libero su un corso fatto nel 2017; perché il sistema ha sempre ragione. Ho controllato che il totale dei Cud corrispondesse al totale che mi aveva detto Max per telefono, poi sono dovuta tornare fisicamente al Caf, rifare la fila, ricompilare la domanda per l’Isee e rifirmare di nuovo tutti i moduli.

Nel frattempo avevo sentito Marco per telefono, mi aveva detto che a lui i Cud non li avevano fatti portare perché non servivano, così quando mi sono trovata di fronte a Max gli ho chiesto perché mai uno dovesse portare tutti i certificati se le cifre si possono prendere online direttamente dal sistema. Lui mi ha risposto una cosa complicata del tipo che non tutti i Cud sono uguali (a parte il reddito), ma hanno anche dei codici diversi e che a seconda dei codici vanno inseriti in un modo oppure in un certo altro modo, il tutto guardandomi con una faccia che voleva dire tu non vuoi veramente una spiegazione più dettagliata di questa: misteri della burocrazia da non approfondire. Nel frattempo ho scoperto che i Cud non si chiamano più così ma solamente CU: è successo nel 2015 ma non pare che se ne sia accorto nessuno.

Ora devo aspettare un’altra settimana e poi finalmente dovrebbero essere finiti i preliminari e ci potremo dare sotto con la vera domanda per il reddito di cittadinanza. Speriamo non ci siano altri intoppi.