Come sta il cinema italiano? All’indomani della cerimonia del David e a stagione quasi finita (anche se l’industria promette finalmente una stagione lunga tutti e dodici i mesi, come accade in molti altri Paesi) si può fare un primo bilancio. Nell’anno in cui gli Oscar non hanno decretato uno stravincitore – il film più premiato in America è stato Bohemian Rhapsody con quattro statuette – l’Italia ha seguito un percorso opposto, celebrando Dogman, vincitore di nove dei venti David. Il film di Matteo Garrone è riconosciuto miglior film dell’anno, e del resto era stato anche uno dei soli due italiani (l’altro era stato Lazzaro felice) a ottenere un premio nei tre principali festival europei, cioè Cannes, Venezia e Berlino. C’è quindi una sostanziale sintonia tra i giudizi internazionali e quelli della giuria italiana del David, quest’anno in larga parte rinnovata. È l’Italia del malessere, quella del sottosuolo e della violenza, a essere uno straordinario motore narrativo, come dimostra anche in altro modo Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, secondo film nella graduatoria dei premi (tre).

Qualche numero: i film designati nelle venti cinquine erano stati complessivamente 23: di questi solo sette hanno preso almeno un premio. E dei sette solo uno, Sulla mia pelle appunto, è di un regista esordiente. Come dire che la salute del cinema italiano non si misura sulle novità, ma semmai sulla capacità degli autori navigati di resistere al tempo: nessun premio è andato infatti all’altro film di un esordiente che aveva fatto colpo tra le uscite del 2018, La terra dell’abbastanza, pure partito da quattro candidature. Visto dai premi del David, il cinema italiano sembra discretamente convalescente: lo scorso anno, con i premi andati massicciamente al cinema napoletano, i segni erano stati più chiari e incoraggianti. Ora la sfida è comunque riuscire a vivere per tenere in piedi l’industria.

Se infatti ci si sposta dai premi al mercato, il quadro per il cinema italiano cambia repentinamente colore. Anche qui qualche numero può illustrare la situazione: lo scorso anno, a questo punto dell’anno, il cinema italiano aveva ottenuto il 32,3% degli incassi al botteghino, con una quota di film pari al 33,07%. Gli Stati Uniti, il mostro che “minaccia” tutte le cinematografie nazionali, avevano ottenuto all’incirca il 50% degli incassi con il 24% dei film. Quest’anno il panorama è sensibilmente peggiorato: l’Italia raggiunge il 24,16% degli incassi con una quota di film pari al 34,84%. Cioè con un numero più o meno pari di film rispetto all’anno scorso, strappiamo a mala pena un quarto degli incassi totali perdendo il 9% rispetto all’anno scorso. Gli Stati Uniti, invece, balzano a un abbondante 60% di incassi con una quota di film più o meno pari a quella dell’anno scorso (25% invece di 24): gli stessi film prendono dieci punti percentuali in più di incassi.

Dunque, il prodotto italiano non sfonda quasi mai, e la classifica annuale dei maggiori incassi è impietosa in questo senso. All’origine di questi risultati c’è sicuramente un problema di educazione del pubblico, sempre più orientato verso il cinema dei blockbuster e meno disposto a sperimentare le vie alternative. Ma c’è anche un problema di educazione dell’industria (produzione, distribuzione, esercizio), che a volte sembra non saper osare abbastanza. Quanti film che partecipano al David restano di fatto invisibili?

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