Il Giornale ha deciso di chiudere dal 1 maggio la redazione romana e alcune delle lettere di trasferimento sono già state recapitate ai suoi 16 giornalisti. Nella maggior parte dei casi ai cronisti sono stati dati 40 giorni per spostarsi a Milano. Tutte le lettere “sono state spedite tre giorni dopo l’annuncio della chiusura della storica redazione romana”, e cioè “prima dell’avvio del tavolo di confronto e senza che i vertici editoriali o amministrativi dell’azienda si siano recati nella redazione di Roma per spiegare le ragioni di una decisione così traumatica”. È quanto si legge oggi in un comunicato del comitato di redazione pubblicato a pagina 17. Il cdr poi aggiunge: “E – spiace dirlo – la scelta dei vertici aziendali di non farsi vedere a Roma rappresenta l’unico fatto comprensibile della vicenda: non dev’essere facile motivare davanti ai diretti interessati una determinazione così penalizzante e così incongrua rispetto alla volontà dichiarata da tutti di superare la crisi che investe il Giornale“.

Questo è solo l’ultimo episodio di una crisi tra editore e redazione che va avanti da mesi: prima i cronisti hanno chiesto a Paolo Berlusconi di “tagliare le rendite dei suoi parenti” prima dei loro stipendi poi hanno attaccato Ernesto Mauri, l’amministratore delegato di Mondadori, che ha proposto ammortizzatori sociali per ridurre il costo del lavoro del giornale, quando “guadagna circa 2 milioni di euro l’anno bonus a parte (2,7 milioni nel 2017)”.  Nel comunicato di oggi il cdr, che conferma di essere contrario alla chiusura della sede romana ed “esprime profonda preoccupazione anche per la perdita di credibilità” del quotidiano, interpreta l’invio delle lettere ai colleghi romani come “una grave mancanza di rispetto, se non di una vera e propria provocazione, verso tutti i dipendenti e verso il Comitato di redazione, che era ed è disponibile a discutere un piano di riduzione del costo del lavoro. Si tratta di un modus operandi del quale appare opportuno informare anche lettori del Giornale“.