Quello di Imane Fadil potrebbe essere stato un “delitto perfetto. Cioè un omicidio in cui è impossibile trovare i colpevoli. Sempre se sarà confermata l’ipotesi dell’avvelenamento. Lo spiega Angelo Del Sole, professore di Diagnostica per immagini all’università degli Studi di Milano e direttore della Struttura complessa di Medicina nucleare dell’ospedale San Paolo del capoluogo lombardo. Il vero problema nelle indagini, secondo l’esperto, è che “non esiste un marker in grado di indicare con assoluta certezza che la causa di un decesso è stata la radiazione“. È quindi probabile che “l’autopsia riesca ad accertare la condizione patologica che ha portato alla morte, ma non a identificare con esattezza l’agente che l’ha provocata”. Senza contare poi che, “se davvero si è utilizzata questa tecnica di avvelenamento, è assai plausibile che chi lo ha fatto sia qualcuno di molto competente sull’argomento e che di conseguenza avrà scelto anche la sostanza o le sostanze radioattive a emivita più breve, ossia meno facilmente rilevabili a distanza di numerose settimane dall’esposizione”, ragione Del Sole con l’Adnkronos Salute.

Va infatti ricordato che la modella è morta il 1 marzo ma era stata ricoverata all’Istituto clinico Humanitas di Rozzano a fine gennaio, cioè circa due mesi e mezzo fa. Sempre a proposito di radioattività, continua il medico nucleare “è sicuramente una condizione che non può insorgere per un evento accidentale”. Nei casi di avvelenamento, “la radioattività viene ‘inserità per via iniettiva (cosa che esige tuttavia uno stato di incoscienza della vittima) o più facilmente per via aero-digestiva, tipicamente attraverso una bevanda”. Stando ai risultati delle indagini tossicologiche effettuate sui campioni biologici di Fadil al Centro antiveleni dell’Istituto Maugeri di Pavia nel sangue della donna sono stati riscontrati cobalto, cromo, molibdeno, nichel, antimonio e cadmio. Ma una cosa sono le concentrazioni plasmatiche di metalli pesanti, un’altra la possibilità che questi siano presenti in forma radioattiva. L’ipotesi sulla quale è al lavoro la procura di Milano. “Degli elementi citati – commenta in ogni caso lo specialista – l’unico di possibile utilizzo medico è il molibdeno, ben noto alla medicina nucleare perché ‘padrè del tecnezio che si usa in diagnostica”. Gli altri devono essere ‘arrivatì nel corpo della modella in modi diversi. E benché – tabelle degli isotopi alla mano – quasi tutti possano avere radionuclidi in grado ‘liberarè anche radiazioni gamma, “è molto difficile che la semplice vicinanza a un corpo che le emette possa comportare rischi gravi se non appunto nel caso di donne in attesa, bimbi o operatori che pratichino particolari interventi sanitari”.

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