La “brutale violenza” di Alessandro Garlaschi fu una “lucida volontà criminale” esplosa per il “rifiuto” di Jessica Faoro di “intrattenere (…) i giochi erotici pretesi” dal tranviere che uccise la giovane con 85 coltellate nel suo appartamento di via Brioschi a Milano il 7 febbraio 2018.

Il movente della “furia omicida”, spiega il gup Alessandra Cecchelli nelle motivazioni della sentenza con cui ha condannato all’ergastolo il 39enne al termine del processo con rito abbreviato, va ricercato infatti “nel fermo rifiuto opposto quella sera dalla ragazza di intrattenere Garlaschi con giochi erotici da lui pretesi”, oltre che nella “dichiarata volontà espressa” da Jessica “anche poche ore prima dell’omicidio di andarsene definitivamente dall’abitazione dell’uomo” che la ospitava da qualche tempo, perché “troppo opprimente per le continue richieste di attenzioni e prestazioni sessuali“.

Nelle 30 pagine di motivazioni il giudice ha ripercorso, passo dopo passo, quanto accaduto nella notte tra il 6 e il 7 febbraio dell’anno scorso senza tralasciare il benché minimo particolare, per evidenziare come non solo i fatti ma anche il movente sia stato “comprovato” dalle indagini condotte dalla squadra mobile e coordinate dal pm Cristiana Roveda. Il riferimento è al fatto che Garlaschi, prima di Jessica, aveva ospitato altre due giovani donne, si legge nell’atto.

Si tratta di una infermiera e una italo-marocchina, che hanno raccontato che l’interesse del tranviere per le ragazze “non era solo legato a motivi di salute (diceva di aver bisogno di assistenza domiciliare in quanto era diabetico, ndr) ma anche a ‘prestazioni particolari’ richieste” dall’imputato che “proponeva loro di indossare un perizoma lasciandosi fotografare e filmare mentre, seminude, attendevano alle mansioni domestiche”.

Garlaschi, che aveva nascosto a Jessica di essere sposato, le aveva chiesto pure se era disposta a prestazioni sessuali. Ma lei scrive il giudice, “voleva andare via di casa, liberarsi dalle continue molestie sessuali di Garlaschi (…) che pretendeva in cambio di una casa o qualche somma di denaro o regali, masturbazioni o manipolazioni sessuali che la giovane donna non voleva assecondare”. Per la giudice, inoltre, il 39enne ha agito con l’aggravante dei motivi futili e abietti, “innegabili le sevizie e la crudeltà adoperata”, scrive il giudice che rileva una condotta “riprovevole”, rivelandone “l’indole malvagia e l’insensibilità a ogni richiamo umanitario”.

Giudicato con rito abbreviato, non gli è stata riconosciuta infermità mentale, avendo mostrato per il giudice un chiaro intento omicida. “Non ha mai rammostrato segni di pietà o ravvedimento né intenti risarcitori. Ha proferito poche parole sulla vittima senza far emergere vissuti di colpa o vergogna per quanto commesso”, scrive ancora il gup. Non solo, dopo averla uccisa ha sfregiato la vittima decidendo di cospargere di alcol il corpo e dargli fuoco.

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