Se passasse la proposta di legge del Movimento 5 Stelle a prima firma Nunzia Catalfo, che fissa il salario minimo a 9 euro lordi l’ora, 2,9 milioni di lavoratori avrebbero un incremento medio annuo di retribuzione di 1.073 euro. Sarebbe coinvolto il 21% dei lavoratori dipendenti con un aumento stimato del monte salari pagati dalle imprese di 3,2 miliardi complessivi. La stima è dell’Istat che l’ha presentata in audizione alla Commissione lavoro del Senato sul ddl che vede l’opposizione di Confindustria e sindacati, secondo cui occorre per prima cosa stabilire il valore legale dei trattamenti economici previsti dai Contratti collettivi nazionali di lavoro. Contratti a cui il ddl peraltro fa esplicito riferimento spiegando che l’intervento è “di sostegno alla contrattazione collettiva, e non già sostitutivo di essa”.

L’Istat sottolinea che i rapporti di lavoro con retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi l’ora (circa il 20% del totale) “si concentrano tra gli apprendisti (59,5%) e gli operai (26,2%), nelle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (27,1%), del noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (34,3%) e nelle altre attività di servizi (61,6%), tra le donne (23,1%) e tra i giovani sotto i 29 anni (32,6%). Tuttavia in genere categorie come giovani e apprendisti sono esclusi dal minimo orario salariale. I settori meno interessati sarebbero quelli di fornitura di energia elettrica e gas (3,4%), fornitura di acqua (8,2%), servizi di informazione e comunicazione (7,8%) ma soprattutto attività finanziarie e assicurative (2,1%).

La scelta della soglia minima, avverte comunque Istat, deve contemperare due esigenze di segno opposto: “Troppo alto potrebbe scoraggiare la domanda di lavoro o costituire un incentivo al lavoro irregolare” mentre troppo basso “potrebbe non garantire condizioni di vita dignitose“. E va deve coordinata “con altri istituti presenti nel mercato del lavoro, non ultimo il Reddito di cittadinanza”. Andrea Garnero, economista Ocse, in audizione ha ricordato che a 9 euro lordi il salario minimo orario sarebbe “tra i più elevati dell’area Ocse”, “vicino a quello tedesco” ma l’economia italiana “è ben lontana da quella della Germania“.

Secondo l’Inps il 22% dei lavoratori dipendenti delle aziende private (esclusi gli operai agricoli e i domestici) ha una retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi. Il 9% dei lavoratori è al di sotto degli 8 euro orari lordi mentre il 40% prende meno di 10 euro lordi l’ora. Quasi tutti i livelli di inquadramento del lavoro domestico hanno un salario orario inferiore a 9 euro, rileva l’Inps, chiedendo di tenere in considerazione “le oggettive caratteristiche del settore anche allo scopo di evitare il rischio di pericolose involuzioni che possono portare all’espansione del lavoro irregolare“. Tra il 2012 e il 2017 il numero dei lavoratori regolari nel settore è diminuito del 15% passando da 1,01 milioni a 864.526 unità.

Il Cnel, audito anch’esso in commissione Lavoro, sottolinea che la fissazione di un minimo legale “potrebbe arginare la deriva salariale che origina da comportamenti opportunistici di imprese (in caso di mancato rispetto dei minimi tabellari) e di attori poco rappresentativi nel processo negoziale” come si evince dalla proliferazione di accordi collettivi al ribasso. Anche se fissato a un livello inferiore ai minimi tabellari dei principali contratti il salario minimo legale “potrebbe garantire una protezione più efficace nei confronti dei bassi salari riducendo le discrezionalità e gli abusi nella determinazione dei livelli retributivi”. Dovrebbe essere usata “particolare cautela” però nei confronti di giovani e apprendisti introducendo deroghe come già avviene negli altri paesi europei. In ogni caso “i minimi salariali devono tenere conto della dinamica della rappresentatività sindacale e datoriale. In questa prospettiva, al Cnel è stato costituito un gruppo di lavoro sui perimetri e sulla rappresentatività datoriale da cui emerge, in prima battuta, che qualunque normativa sui minimi salariali debba essere preceduta dalla definizione di regole sulla rappresentatività e sui perimetri contrattuali, anche in una logica di lotta alla pratica del dumping sociale“, ha detto il presidente Tiziano Treu. “L’esperienza comparativa mostra che, laddove i minimi salariali sono fissati per via legale, questo avviene a valle di un processo istruttorio affidato a una specifica commissione tripartita o ad altre forme di dialogo sociale. I minimi salariali fissati per legge e gli strumenti di efficacia erga omnes dei minimi fissati dai contratti collettivi, ancorché istituti ben distinti tra di loro, possono coesistere all’interno del medesimo ordinamento giuridico. Tuttavia sarebbe auspicabile mantenere le due misure su binari ben distinti”.