Combatte le disuguaglianze e prova a mettere un freno alla frammentazione dei contratti. Ma, secondo molti, rischia di favorire la disoccupazione, il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori. Il dibattito su vantaggi e svantaggi dell’introduzione del salario minimo è aperto da anni tra giuslavoristi, economisti e sindacati. Il tema è tornato al centro del dibattito dopo l’annuncio del vicepremier Luigi Di Maio di voler approvare il ddl depositato nel luglio scorso in Parlamento dal Movimento 5 stelle. Una proposta che si differenzia da quella del Pd non solo per il livello minimo orario proposto (9 euro lordi contro 9 euro netti) ma soprattutto perché ribadisce il ruolo centrale della contrattazione collettiva. Ma l’apertura non è ritenuta sufficiente dai sindacati: “Siamo nettamente contrari, perché il sistema contrattuale italiano copre quasi il 90% dei lavoratori”, spiega al Fattoquotidiano.it Luigi Sbarra, segretario generale aggiunto della Cisl. “Il salario minimo rischia di comprimere ancora di più il reddito, eliminando le altre integrazioni economiche previste dai ccnl”. Una posizione condivisa dalla Uil, ma per ora non dalla Cgil. Il sindacato di riferimento della sinistra contattato dal Fatto.it ha preferito non commentare. Dal punto di vista tecnico, invece, è il giuslavorista Michele Tiraboschi, direttore scientifico di Adapt (il centro studi fondato da Marco Biagi), a evidenziare le perplessità su questa misura: “Il paradosso è che rischia di entrare in conflitto con il reddito di cittadinanza, il quale è già uno strumento valido per proteggere i lavoratori dai salari bassi. Per ora questa sembra solo una mossa politica”.

Il conflitto tra salario minimo e contratti nazionali 
Il motivo principale per cui i sindacati sono da sempre contrari all’introduzione del salario minimo è che, se c’è una legge dello Stato che fissa una paga oraria, le imprese non sono più costrette a trattare con i sindacati per fissare dei contratti collettivi. Di conseguenza, spiega Sbarra della Cisl, “si potrebbe verificare un’ulteriore compressione verso il basso degli stipendi. Perché attualmente il lavoratore non viene pagato solo in base a quante ore ha lavorato: il suo contratto comprende anche una serie di misure come gli straordinari, la malattia, la tredicesima, maggiorazioni di varia natura”. Un sistema di welfare che, secondo il sindacalista, potrebbe venire meno qualora i ccnl scivolassero in secondo piano e tutto fosse lasciato agli imprenditori (a quel punto vincolati solo dalla tariffa oraria). “Il nostro è un sistema che funziona e che copre quasi tutti i lavoratori. Anche per quelle figure che si trovano ancora nella zona grigia, come i rider, si sta cercando di introdurre le prime tutele”. Il ministro del Lavoro Di Maio, però, ha previsto un incontro con i sindacati il 13 marzo proprio per affrontare questo punto. “Noi siamo disponibili a discutere con il governo di sottosalari e di dumping contrattuale, ma la condizione di partenza deve essere il riconoscimento di un sistema italiano di contrattazione fra sindacati e imprese che è fra i migliori d’Europa”, conclude Sbarra. “In questo senso apprezziamo l’apertura del neo-segretario del Pd Nicola Zingaretti a stabilire un dialogo con tutte le parti sociali. Il ministero del Lavoro e l’Inps, invece, in questi mesi hanno rallentato il percorso di attuazione del testo unico sulla Rappresentanza”.

Quali alternative per combattere le paghe basse?
Mentre la Cgil ha preferito non esprimersi sul tema reddito minimo, forse in difficoltà di fronte all’esistenza di un ddl dal contenuto analogo presentato dal Pd, sia la Cisl che la Uil sono d’accordo su un punto: il vero problema che affligge il mercato del lavoro italiano è la continua proliferazione di nuovi contratti nazionali. “Quelli depositati presso il Cnel sono circa 900. Si tratta molto spesso di veri e propri contratti pirata, sottoscritti da sindacati scarsamente rappresentati e con paghe bassissime”, chiarisce al Fattoquotidiano.it la segretaria confederale della Uil Tiziana Bocchi. “Se invece riuscissimo a far rispettare i minimi previsti dalle tabelle salariali dei ccnl firmati da parti sociali davvero rappresentative, non ci troveremmo a parlare di lavoro sottopagato, sommerso o in nero”. Da qui la proposta, condivisa anche dalla Cisl, di dare un riconoscimento legale (il cosiddetto “erga omnes”) ai minimi tabellari contrattuali. “La giurisprudenza in questo sta facendo scuola, ma un intervento legislativo sarebbe risolutivo”, aggiunge Bocchi. “Anche su questo punto attendiamo di capire le reali intenzioni del governo”, le fa eco in una nota il Segretario generale Uil Carmelo Barbagallo.

Tiraboschi: “Per difendere i salari c’è già il reddito di cittadinanza”
C’è chi crede, però, che fissare una tariffa oraria minima per legge (magari agganciata all’andamento dell’inflazione) possa garantire ai lavoratori uno stipendio più dignitoso di quello attuale. “È inaccettabile che nel 2019 ci siano ancora migliaia di giovani costretti ad accettare una paga di 3 o 4 euro l’ora. Quello non è lavoro, è schiavitù”, ha dichiarato il leader pentastellato Di Maio in un post sul Blog delle stelle pubblicato il 4 marzo scorso. Un ragionamento che, spiega il giuslavorista Tiraboschi, può valere per molti Stati del mondo ma non per l’Italia. “Il salario minimo è presente in 29 Paesi su 37 dell’area Ocse, compresi quelli più importanti, ma si tratta di realtà in cui i sindacati sono tradizionalmente deboli. Nel nostro Paese, invece, potrebbe tradursi in un cavallo di troia capace proprio di farli fuori”. Secondo Tiraboschi, la proposta pentastellata ha solo una valenza politica e non tecnica.

“Questa mossa sembra pensata per portare sul tavolo un tema in grado di creare una convergenza con il Pd. Invece è persino paradossale se la si considera nell’ottica del reddito di cittadinanza”, continua il direttore scientifico di Adapt. “Sono due misure diverse, ma per come è stato congegnato il reddito, in alcune realtà del Sud è anch’esso uno strumento a difesa del salario dei lavoratori”. Come? “Oggi è possibile che un apprendista in Calabria guadagni meno dei fatidici 780 euro. Con l’introduzione del reddito di cittadinanza, che è una misura fondamentale, quell’apprendista può scegliere se rifiutare la proposta dell’azienda oppure no”. Uno scenario che, secondo Tiraboschi, potrebbe spingere le stesse aziende a rivedere al rialzo i propri stipendi. “Se si introduce anche il salario minimo, però, o viene fissata una soglia molto alta della paga oraria (insostenibile per una parte del mercato del lavoro), o si rischia che sia inferiore allo stesso reddito di cittadinanza. Insomma, un vero pasticcio”, conclude il giuslavorista. “I provvedimenti da mettere in campo ora sono altri, come l’eliminazione dei contratti pirata che fanno dumping contrattuale o l’estensione dei trattamenti salariali a tutti i contratti. Poi, una volta analizzati gli effetti del reddito di cittadinanza sul mercato del lavoro, sulla disoccupazione e sulla povertà, magari si potrà ragionare anche su proposte come il salario minimo”.