Che gli italiani siano un popolo di allenatori è risaputo. Nonostante non siano pochi i giocatori (vedi Kolarov) e gli allenatori che, alla spicciolata, hanno bollato i tifosi come incompetenti in materia. Eppure qualcosa sta cambiando (e non per le critiche).

Nell’immaginario collettivo i milioni di tecnici nostrani si stanno trasformando, potenziandosi, sempre più in manager all’inglese. Decidere chi schierare o il sistema di gioco non basta più. Adesso vogliono scegliere chi acquistare e chi vendere, a quali cifre, come fare profitti.

Fa niente che di analisi di bilancio e di finanza si conosce poco o nulla, che il loro livello di scolarizzazione sia piuttosto basso (al riguardo mi piacerebbe sapere pure quali sono gli studi di  Kolarov al riguardo?), loro sanno come si vince, lo hanno fatto a Football Manager, Fifa e anche al fantacalcio, dove (perdonatemi se vi riporto alla realtà) i soldi sono virtuali o pochi e non si rischia il fallimento.

Tutto ciò mi spinge, carte alla mano e in vista dello scontro diretto in scena questa domenica al San Paolo, a giocarmi il big match “Napoli – Juve” sul terreno degli ultimi bilanci pubblicati, mettendo in mostra le diversità sostanziali che intercorrono tra le due squadre e i numeri “reali” presi poco in considerazione.

Partiamo da un presupposto: come ha detto Mario Sconcerti in settimana, il “mecenatismo” nel calcio è finito e i tifosi sono figli di un calcio vecchio. In bacheca i conti hanno le stesso spazio delle coppe. Non è più il tempo dei Moratti e dei Berlusconi, De Laurentiis e gli Agnelli lo sanno bene. Ecco la prima differenza: la società azzurra è in mano ad un uomo solo al comando, i piemontesi ad una multinazionale, un grande gruppo per il quale (possiamo dire senza paura) la Juve non è altro che uno dei tanti strumenti d’affari.

Proprio dai bianconeri vorrei partire, vuoi perché sono nell’occhio del ciclone, vuoi perché hanno il fatturato più alto della Serie A (qualcosa come 500 milioni), vuoi perché non è tutto rose e fiori. Se qualcuno loda le strategie vincenti dell’ex duo Marotta-Paratici, delle quali i frutti sono le plusvalenze segnate negli ultimi mesi (41,2 milioni nel mese di febbraio, 93,9 milioni nella stagione passata), altri, invece, storcono il naso parlando di player trading e operazioni fittizie. 

Non mi addentro in queste questioni ma il bilancio voglio impugnarlo. Se è vero che dietro alla Juve ci sono gli Agnelli è anche vero che gli stessi Agnelli, di cui è inutile sottolineare la potenza (economica), hanno approvato il prospetto presentato agli investitori per il collocamento del bond da 175 milioni, nel quale lo stesso debito è inserito tra i fattori di rischio andandosi a sommare al debito netto di 309,8 milioni del 30 giugno 2018, per il quale non si assicura il rifinanziamento o il pagamento.

“La Juventus non può assicurare che sarà in grado di rifinanziare o ripagare tutto il suo debito, inclusi i bond, a condizioni commerciali ragionevoli o del tutto”. Così come riportato da Il Sole 24ore, per la Juventus enfatizzare i rischi è prassi ma, tengo a sottolineare, i risultati sportivi hanno il rischio come cappio al collo e raggiungerli “tutti” è sempre straordinario. 

CR7 non è una assicurazione, lo è Exor (capitalizzazione 24 miliardi di dollari), che sa sempre come e cosa fare.

Ma passiamo agli azzurri. Avete presente “Essere o non essere, questo è il dilemma” di shakespiriana memoria? Bene, a Napoli il dilemma è un altro: De Laurentiis ha preso il Napoli dalla Serie C e lo ha reso quello che è oggi o è stata Napoli a rendere ricco De Laurentiis? Questo dubbio nasce nei cuori dei guelfi azzurri, la fede e non l’Imperatore, ma le carte lo sconfessano. Come scrivevo, proprio su queste pagine, qualche mese fa ADL ha guadagnato nei suoi anni a Napoli poco meno che 3 milioni di persona personalmente, come direbbe Camilleri.

E aggiungo che c’è un altro luogo comune da sconfessare perché il Napoli non salva gli affari di De Laurentiis, bensì li azzoppa. La Filmauro fa utili (551.518 euro a giugno 2018, 2,73 milioni nell’esercizio precedente, 4 nel 2016), il Napoli no, il Napoli non vede aumentare i ricavi strutturali (145 milioni) da cinque anni.

La Filmauro è in rosso di 5,06 milioni perché la società azzurra è in perdita di 6,37 milioni, dopo l’utile (epifanico) di 66,6 milioni del 2017 dovuto quasi e solo totalmente da una posta straordinaria, la plusvalenza Higuain. Nel 2016 si era già sotto di 3,21 milioni. Ciò nonostante non ci sono debiti finanziari, i debiti totali pari a 144 milioni sono per due terzi legati al calciomercato, e la società risulta essere tra le più liquide in Europa grazie ad una gestione sana che pochi altri (diciamo anche nessuno) senza profitti avrebbe interesse di perseguire.

Arriviamo al triplice fischio di questa gara intensa tra le squadre più rilevanti del calcio italiano.

Gli highlight ci mostrano, in scala esponenzialmente minore rispetto a ciò che avremmo ottenuto considerando le restanti 18 società di A, inefficienze gestionali del sistema calcio italiano e un Sud depresso, in cui ci sono imprenditori soli che è meglio non far scappare e che sono l’unica alternativa a quella borghesia pseudo-benpensante che rappresenta il vero dramma della mia città. Perché è una borghesia poco colta che non sa interpretare la posizione di privilegio datagli dalla sorte, dedicando parte del suo tempo e delle sue sostanze a iniziative finalizzate a dotare la città di un nuovo decoro e di progetti vincenti.

Napoli batte Juve, almeno dal commercialista.

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