di Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione 

La necessità di una manovra espansiva

Nella seconda metà del 2018, le medesime tensioni internazionali che hanno determinato un rallentamento della crescita in Germania e Francia hanno spinto l’Italia nella recessione, complici i gravi deficit di competitività dell’apparato produttivo e infrastrutturale del Paese, il cronico sottofinanziamento degli investimenti pubblici e privati nonché la crescente precarizzazione del lavoro che contribuisce al ristagno dei consumi. In questo scenario, monta la preoccupazione che la manovra economica del governo possa avere un profilo espansivo insufficiente.

Per cominciare, la manovra economica non ha impresso un cambiamento di direzione significativo alla politica delle finanze pubbliche rispetto agli anni dell’austerità. A riguardo, il governo sembra avere scontato un deficit di capacità politica in Europa e in particolare nel confronto con la Commissione europea. Infatti, anziché proporre una manovra incentrata sul rilancio degli investimenti pubblici e sulle politiche industriali, che avrebbe potuto riscuotere consensi in altri Paesi e registrato minori resistenze presso la Commissione europea, il governo ha presentato una manovra caratterizzata da un deficit incrementato al 2,4% del pil e finalizzato a un aumento della spesa corrente e dei trasferimenti. Successivamente, per evitare la procedura sanzionatoria, il governo ha dovuto ridurre il deficit al 2,04% del pil, riportando i valori della finanza pubblica pressoché in linea con quelli registrati nel 2018. Inoltre, gli investimenti rimangono fermi al palo, non vi è una chiara proposta di politica industriale in grado di rilanciare la competitività del Paese, e gli sforzi maggiori si incentrano su misure che pur andando incontro ad alcune istanze dei ceti meno abbienti e del lavoratori prossimi alla pensione, non mutano le condizioni di forte precarietà del lavoro e non allargano la base occupazionale.

Un’analisi tecnica è utile a mostrare che la manovra economica per il 2019 ha un impatto espansivo molto contenuto e che viceversa, anche a saldi invariati, sarebbe stato possibile concepire forme di intervento più incisive per aggredire i nodi della competitività e rilanciare la crescita. Se invece si fosse fatto ricorso a una manovra che avesse ampliato il deficit al 2,4% del pil, concentrando interamente le risorse in più rispetto alla attuale manovra sugli investimenti, l’effetto espansivo sarebbe stato addirittura triplicato.

La manovra economica per il 2019

Dal punto di vista delle risorse in campo, le misure discrezionali introdotte dal governo per il 2019 possono essere sintetizzate nella tabella.

Fonte: UPB, con il segno positivo maggiori entrate e minori spese, con il segno negativo minori entrate e maggiori spese

Complessivamente, le misure discrezionali della manovra determineranno un extradeficit di circa 11 miliardi e 700 milioni di euro, ossia lo 0,65% del pil. Stando alle stime del governo, il deficit dovrebbe attestarsi a fine 2019 al 2,04% del pil e la crescita dovrebbe raggiungere l’1%, di cui uno 0,6% dovuto alla crescita tendenziale e uno 0,4% come effetto di quelle misure.

I moltiplicatori degli stimoli fiscali e la manovra

Gli economisti misurano l’impatto dei diversi stimoli fiscali (aumento della spesa, riduzione delle imposte) sul pil facendo ricorso al concetto di moltiplicatore, che teoricamente può essere maggiore o minore di uno o addirittura negativo. Un moltiplicatore maggiore di uno riflette una politica fiscale espansiva molto efficace che determina una crescita del pil maggiore del valore dello stimolo messo in campo dal governo. Chi scrive ritiene – in linea con la tradizione di ricerca postkeynesiana – che il valore del moltiplicatore della spesa pubblica sia elevato, soprattutto in periodi di crisi e rallentamento dell’economia.

Per controllare le stime del governo e valutare gli effetti della manovra e anche quelli di possibili formulazioni alternative di essa, cominciamo con il fare ricorso a un contributo scientifico molto noto, apparso nel 2015 nei prestigiosi Oxford Economic Papers a firma di Sebastian Gechert, del Macroeconomic Policy Institute di Dusseldorf (Gechert 2015).

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*Riccardo Realfonzo è ordinario di Economia politica all’Università del Sannio, coordinatore della Consulta economica della FIOM-CGIL e direttore di economiaepolitica.it.
**Angelantonio Viscione è assegnista di ricerca all’Università del Sannio.

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