A Federica (nome di fantasia) si era materializzato d’incanto l’uomo della vita sul pianerottolo del suo nuovo appartamento ad Atlanta dove si era appena trasferita. Un Robert Redford giovane, brillante, spiritoso, sportivo quanto basta, modi squisiti, reddito da yuppie. Insomma il destino scodella la perfezione nella persona di Andrew (altro nome di fantasia). Si schiude un periodo di esuberante trasporto in perfetta estasi simbiotica su quel pianerottolo assurto a tolda della nave dei sogni.

Un giorno che Andrew è in viaggio, Federica entra nel suo appartamento alla ricerca di un libro e l’estasi si disintegra brutalmente. Da un cassetto fuoriesce qualcosa di incongruente e grottesco. Che stona non solo con la perfezione ma addirittura con il senso comune: la manica di una camicia di pizzo. Federica apre il cassetto. È pieno di indumenti da donna. Negli altri cassetti sono riposti altresì trucchi, parrucche, calze a rete e tanga modello butt floss. L’armadio trabocca di gonne, tailleur, panta-collant e scarpe tacco 12.

Andrew ammette di essere un cross dresser. Una pulsione lo spinge a vestirsi da donna (non è chiaro se la pulsione travalichi i confini del vestiario). Curiosamente Andrew nella sua versione femminile ha tratti antitetici a quelli della versione maschile. Ad esempio i vestiti da donna sono ordinati in modo maniacale, quelli da uomo sono sparpagliati sul pavimento. Federica che proviene dalla “Roma bene” ne rimane sconvolta.

La nomina di Savona alla Consob evoca la storia di Federica. Perché lo sdoppiamento, talora la moltiplicazione, della personalità sembra fornire una chiave di lettura della sua parabola.

Tra i superstiti della Prima Repubblica sarebbe difficile trovare uno con un pedigree più tossico agli occhi dei Napalm51 che formano le milizie cammellate del sovranismo. Studi in un’università di élite americana, prestigiosa carriera in Banca d’Italia, professore alla Luiss, direttore generale di Confindustria, fedele ministro nientepopodimeno nel primo governo tecnico guidato dall’uber-europeista, euroentusiasta Carlo Azelio Ciampi (proprio quello che contribuì a scrivere materialmente l’esecrato trattato di Maastricht), banchiere, presidente del Fondo interbancario di garanzia, presidente di Impregilo e altri prestigiosi incarichi assortiti, per tacere della partecipazione a Gladio. Insomma un fulgido esempio di Casta a 24 carati.

Come Federica non avrebbe mai lontanamente ipotizzato la pulsione del suo Mr. Right, nessuno nelle ovattate stanze del potere romano di rito sardo (da cui provengono i Cossiga, i Segni, i Berlinguer, per limitarci ai casi più illustri) sospettava che nel suo armadio intellettuale custodisse l’odio anti-establishment. Eppure una volta estromesso da cariche apicali (a causa di qualche increscioso incidente ricordato da Gianni Barbacetto in un articolo del 7 febbraio su Il Fatto Quotidiano), la personalità sovranistoide aveva preso il sopravvento. Mentre da uomo dell’establishment era scientificamente rigoroso, da incendiario populista rimestava nel repertorio delle sconclusionate panzane che oscillano tra il keynesianesimo al Cannonau e la Mmt de’ Spinaceto, passando per il Moltiplicatore dai Capelli Turchini. Il tutto miscelato per asserire che il ritorno alla beneamata minkiolira avrebbe dischiuso un orizzonte luminoso alle tribolanti moltitudini del Bel Paese.

La sua nomina a ministro dell’Economia era parte di una strategia leghista per portare l’attacco sovranista al cuore dell’odiata Europa (che il Savona bipolare aveva contribuito a edificare). Nell’universo onirico Made in Pescaracas sarebbe bastata la faccia feroce per terrorizzare i “burocrati” di Bruxelles e Francoforte, onde innescare il tramonto dell’Euro.

Spiaccicatosi il Piano Savona contro la fermezza di Mattarella, e declassate le ambizioni ministeriali, la personalità bipolare assorbiva nuova linfa. Al giorno del Cigno Nero (per chi fosse a digiuno di gergo finanziario trattasi di una specie particolarmente acida di uccello padulo) si alternavano i giorni in cui era imperativo non sfidare i mercati e lo spread. Alle mirabolanti previsioni di Pil in crescita al 2% e al 3% grazie alla finanza allegra, si susseguivano i richiami alla prudenza sui conti. Poi durante lo scontro con la Commissione europea sui saldi della finanziaria 2019 cala un silenzio. Niente rilanci del Piano B, niente infrastrutture realizzate grazie al surplus di bilancia dei pagamenti. Nemmeno una minuscola buca keynesiana da scavare e ricoprire. I radar mediatici rilevavano solo flebili tracce.

Il vertice della Consob rappresenta una specie di Sant’Elena per i propositi di ritorno alla lira e delle provocazioni ad arte contro l’Europa. La nomina sfonda platealmente almeno tre argini di incompatibilità, ma per un governo che viola senza ritegno la Costituzione sull’obbligo del pareggio di bilancio, queste violazioni sono quisquilie. Del resto la personalità bipolare o multipolare è la cifra plateale dei giallo-verdi. Un giorno ci si dichiara inflessibili contro i privilegi della Casta e quello successivo si vuole salvare Salvini dai giudici. Si promette solennemente la chiusura dell’Ilva e si firma l’accordo con Arcelor Mittal. All’alba ci si schiera ferocemente contro il Tap e al tramonto lo si approva. Si devono abolire le accise sui carburanti e non succede niente. Si devono rimpatriare i clandestini e invece se ne aumenta il numero. Si giura sulla flat tax e si aumenta il carico fiscale. Ed evito di infierire ricordando le trivelle, il no pasaran sul 2,4% gridato a Juncker, l’Alitalia, le concessioni autostradali, il Tav, i partiti fuori dalla Rai, le geremiadi contro Berlusconi e i generosi contratti con la Mondadori.

Insomma si potrebbe chiosare che nella Seconda Repubblica è ignominiosamente fallito il progetto di instaurare un assetto politico bipolare, ma in compenso nella Terza Repubblica trionfa un governo di personalità graniticamente bipolari.