Tutto bello (o quasi) ieri sera a Sanremo. Bello, degno di un musical il balletto iniziale sulle note di Viva l’Inghilterra; bella l’idea di far mimare a Bisio le norme del regolamento; bello il gioco di errori e conflitti generati dal “fiore” della canzone di Endrigo. Persino il rischiosissimo duetto verbale e canoro tra Virginia e Ornella Vanoni è filato abbastanza liscio.

Ma se devo scegliere il meglio, voto una piccola cosa, spersa tra le righe del festival: la lettura da parte di Bisio di alcuni messaggi che gli sono arrivati dai social. Qualcuno ingenuo e tenero, come quello del sacerdote che lo invitava ad andare a messa, altri, la maggioranza, aggressivi, violenti che lo accusano delle più grandi turpitudini come di essere interista (proprio lui, notoriamente milanista) o di non denunciare il commercio di organi.

Ecco! Se, come molti hanno sempre sostenuto, Sanremo è uno specchio del Paese per i testi delle sue canzoni, per il look dei cantanti, per il clima che crea sul palco, la lettura di questi messaggi ne fa uno specchio ancor più fedele. Senza interpretazioni e mediazioni, queste parole in libertà, sgrammaticate, prive di ogni logica e di ogni relazione con il contesto, rendono lo spirito del nostro tempo meglio dei testi dei comici invitati a fare satira.

Visto che la serata ha tante note positive, ci permettiamo di farle le pulci, di cercare il pelo nell’uovo. Che si trova nell’illuminazione. Tutte quelle luci sparate dall’alto sul palco, quei fari che disegnano un grande occhio e che lanciano getti luminosi potenti, invadenti finiscono per oscurare invece che illuminare la scena e non valorizzano affatto il lavoro di un bravo regista come Duccio Forzano.

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