Capita alle volte che qualcuno ti faccia una domanda che ti costringe a riflettere. Così, l’altro giorno ero a un incontro pubblico sull’energia e il cambiamento climatico e stavo raccontando del lavoro che facciamo all’università e con il Club di Roma. Nel dibattito, qualcuno mi ha domandato: “Ma, professore, da tutti questi modelli del mondo che fate, in fin dei conti, cosa avete imparato?”.

Domanda non facile quando l’argomento è complesso e devi riassumere la risposta in poche frasi. E ti deve anche venire di getto! Però credo di averla azzeccata abbastanza bene quando ho detto: “La cosa principale che abbiamo imparato è che i modelli funzionano bene. Anche il famoso modello dei ‘limiti dello sviluppo’ che il Club di Roma aveva proposto nel 1972 descrive ancora abbastanza bene lo stato del mondo di oggi. Ma questo ha una conseguenza: il sistema è prevedibile perché tende a muoversi in una certa direzione. E questo vuol dire che cambiare le cose è molto difficile”.

Questa cosa della difficoltà di cambiare le cose, anche quando sarebbe necessario, mi è tornata in mente leggendo un rapporto recente sulla coltivazione di soia, olio di palma e cose del genere per fare biodiesel. Come potete leggere nel rapporto, questa roba fa dei danni spaventosi per via della deforestazione e della distruzione del suolo fertile. In termini di emissioni di gas serra è molto peggio del gasolio tradizionale.

Ma, uno potrebbe dire, perlomeno il biodiesel rimpiazza un carburante non rinnovabile, il gasolio, che si ottiene dal petrolio. Ma, in pratica, abbiamo ottenuto ben poco. Fatti i dovuti conti, oggi la produzione di biodiesel è circa il 2,7% in volume della produzione totale di gasolio (scrivetemi se volete i dettagli del calcolo). Ed è anche meno in termini energetici, poco più del 2%, dato che il biodiesel contiene meno energia del gasolio a parità di volume. E per questo misero 2% abbiamo scassato le foreste di mezzo mondo e fatto strage di oranghi?

Magari non ve ne importa niente degli oranghi e delle foreste secolari, volete solo carburante per il vostro Suv diesel. E mi direte, ma non si potrebbe aumentare la produzione di biodiesel? Il problema è che più di tante foreste da radere al suolo al mondo non ce ne sono. Per produrre altro biodiesel dovremmo cominciare a usare terreni che al momento servono per la produzione di cibo. Questo vuol dire affamare la gente per dar da mangiare alle automobili: e si rischia di arrivarci veramente se continuiamo con le tendenze attuali.

Ma com’è che ci siamo messi in questa impresa assurda? Il bello è che l’idea era di fare un carburante “ecologico”. Ecologico col piffero! Ma si ritorna a quello che dicevo prima. Il sistema (e il sistema siamo noi) tende a mantenere la sua traiettoria. Quando ci accorgiamo che c’è un problema, in questo caso la carenza di gasolio (il picco del gasolio), come pure il riscaldamento globale, ci lanciamo verso la soluzione che sembra possa mantenere le cose come stanno. Sostituendo il gasolio col biodiesel, sembrava di sistemare tutto: usiamo un combustibile rinnovabile e ci teniamo i nostri Suv rombanti. Invece non funziona così. Abbiamo fatto solo danni senza ottenere nulla di utile.

Quello che avremmo dovuto fare, e siamo ancora in tempo, è passare dai rombanti e inefficienti motori a combustione interna ai veicoli che usano motori elettrici alimentati con energia rinnovabile, molto più efficienti e non inquinanti per davvero. Certo, questo richiede fare degli investimenti, cambiare abitudini. Così, la reazione “di pancia” di tanta gente quando le si propone l’idea è “io non voglio cambiare niente, mi tengo la mia macchina diesel”. È comprensibile, ma siamo in una situazione di emergenza sia per il clima sia per la disponibilità di combustibili. E cambiare si deve. Per forza.

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