Qualche giorno fa Corcom riportava la notizia di un possibile ministero dell’innovazione. Un progetto ambizioso che spero prenda piede. In attesa che il governo si muova, il mondo private già si è mosso da tempo. Facciamo il punto. Come si crea un ecosistema innovativo nella società civile? Soprattutto un “qualcosa” che possa essere humus e supportare la struttura di un ipotetico ministero dell’innovazione?

I concetti di innovazione, di Internet e del relativo business passano dalla crescita. Per crescita si intende generalmente il fatturato. Vero, sì, ma fino a un certo punto. Partiamo dalla storia. In origine c’erano i marketing manager. Erano “giovini” di belle speranze che, assunti dalle aziende consumer, dovevano trovare metodi creativi per migliorare i trimestri. Gli anni sono volati, i budget delle aziende si sono ristretti ed è arrivata una cosa strana chiamata Internet.

Prima l’eccitazione, poi il crollo delle dotcom del 2001, poi il ritorno dell’amore grazie alle varie piattaforme sociali e si arriva ai giorni nostri. I marketing manager ancora esistono, ma sempre più spesso esistono figure ibride, più giovani, brillanti, nativi digitali che riescono a creare un consenso, un territorio comune tra i “vecchi” markettari e la nuova generazione (cresciuta a latte di soia e social media).

È in questo mondo ibrido, che mischia sapientemente speranze e delusioni, intuizioni e bolle mediatiche, che alcuni di eventi sono spuntati come funghi. Alcuni più interessanti di altri. Per quanto non sia il più adatto a definire cosa sia meglio di altri, provo a dare un’idea. Un evento dove si incontrano differenti generazioni, dove c’è un libero scambio di pensieri, senza le limitazioni classiche delle corporation ma con un tocco di formalità in più rispetto ai camp o gli hackathon. In questo modo ho avuto modo di esplorare vari eventi. Tra gli ultimi, Heroes meet in Maratea (che ha luogo ogni anno in settembre appunto a Maratea) e il Growth hacking day di qualche giorno fa.

“Eventi come il Heroes meet in Maratea – mi spiega Michele Franzese, creatore dell’evento – sono alla base di una nuova filosofia di percezione della rete, che miscela l’esperienza e i budget dei grandi manager con la freschezza e l’approccio innovativo dei giovani digital”. Quattro chiacchiere con Michele, a margine del suo speech all’evento del Growth Hacking Day, erano d’obbligo. “Da ormai tre anni l’evento calamita l’attenzione delle maggiori realtà italiane. Spesso si tende a guardare oltreoceano per gli eventi legati alla tecnologia e all’innovazione: ecco perché abbiamo voluto realizzarne uno nei nostri territori”. La sfida italiana è cercare di fare tanto con poco. Non parlo solo di risorse economiche, ma anche di infrastrutture e leggi ancora inadeguate (si auspica in sviluppo con il nuovo governo).

“Il nostro caso è da manuale: siamo partiti in pochi. Poi abbiamo scalato, crescendo come partecipanti e, grazie anche all’interesse di sponsor e partner, coinvolgendo speaker sempre più internazionali. L’evento stesso ormai porta oltre 1500 persone nella città, in un momento in cui l’onda del turismo si ritrae. In questo modo anche la città può trarre beneficio dal nostro evento”. Conclude: “Per certi aspetti Maratea è la Davos svizzera. Dove al posto delle nevi e gli impianti da sci ci sono scogliere con vista panoramica, e al posto di Soros ci sono i migliori esperti mondiali della rete”.

Ora la sfida di questi eventi è continuare a migliorare la qualità degli speaker e, parallelamente, quella degli spettatori. Non si parla solo di far pagare il biglietto (una soluzione che può un poco scremare i wannabe da chi vuol veramente fare impresa), ma anche di creare delle sinergie imprenditoriali che esulino dal vecchio binomio politica-impresa e, al pari di quello che succede in America con il tanto decantato fenomeno della Silicon Valley, avere un’Italia di innovazione. Che l’Italia sconti un ritardo rispetto ad altri Paesi europei è purtroppo un dato di fatto. Magari sarebbe ora di recuperarlo.