Tre pool di magistrati specializzati riapriranno i dossier sulle stragi e sui delitti eccellenti. Con un obiettivo principale: fare luce sul coinvolgimento di entità esterne alla mafia e al terrorismo. Un lavoro che potrebbe unire i tanti puntini sospesi che collegano i misteri italiani dell’ultimo mezzo secolo. È una sorta di Superprocura quella che sta nascendo in via Giulia a Roma. Federico Cafiero De Raho lo aveva annunciato e lo ha fatto: la direzione nazionale Antimafia ha creato tre gruppi di lavoro per rileggere tutto il materiale investigativo relativo ai principali fatti di sangue commessi a partire dagli anni ’60.

I tre pool: mafia, terrorismo latitanti – Un gruppo si occuperà di stragi e delitti di mafia e possibili coinvolgimenti di entità esterne, un altro di stragi e delitti di terrorismo, un terzo si concentrerà sulla ricerca di latitanti. “Credo che il 2019 sarà l’anno della fine della latitanza di Matteo Messina Denaro“, ha detto d’altra parte De Raho pochi giorni fa. Più che il gruppo di ricerca dei latitanti, però. a fare notizia è sicuramente la creazione degli altri due pool. Il procuratore ha già comunicato al Csm l’istituzione dei gruppi di lavoro e ha diffuso un interpello interno a via Giulia – con scadenza 18 gennaio – per sondare le disponibilità dei pm: ogni pool sarà composto da tre magistrati. A coadiuvare De Raho nel coordinamento due aggiunti: Giovanni Russo, che si concentrerà sui delitti di stampo mafioso, e Maurizio Romanelli, esperto d’indagini sul terrorismo. Di recente, tra l’altro, alla procura nazionale Antimafia sono arrivati investigatori esperti come Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, titolari dell’inchiesta sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra che ha portato a pesanti condanne nell’aprile scorso.

L’annuncio ai familiari delle vittime – I primi ad essere informati del lavoro della Dna sono stati i parenti delle persone assassinate, riunite nell’Associazione di familiari delle vittime del terrorismo e delle stragi. L’8 gennaio scorso erano attesi al ministero dell’Istruzione, con il quale collaborano per una serie d’iniziative nelle scuole. Ai familiari delle vittime delle stragi, però, è stato comunicato un cambiamento di programma: sono stati ricevuti alla procura nazionale dove De Raho ha annunciato quale fosse l’intenzione del suo ufficio. “Ho fatto notare che una cosa simile l’aveva fatta la procura guidata da Pier Luigi Vigna, ma poi non abbiamo saputo più nulla: speriamo che questa sia la volta buona“, dice Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra familiari delle vittime di via dei Georgofili. Un eccidio importante quello di Firenze, non solo perché s’inserisce all’interno di quella sorta di strategia di attacco allo Stato stabilita da Cosa nostra tra il 1992 e il 1993. Ma anche perché i mafiosi furono condannati con “l’aggravante di aver agito con finalità di terrorismo ed eversione“. “Quell’aggravante ci dice che non erano solo mafiosi. C’era anche altro”, dice Maggiani Chelli. “Io – aggiunge – voglio sapere la verità. Spero che questa volta i magistrati possano andare fino in fondo e dirci come è andata. In passato non è che non abbiano voluto farlo: non gli è stato consentito“.

Il rebus sui poteri – Adesso, però, bisognerà vedere concretamente fin dove potranno arrivare i tre pool creati da De Raho. Secondo la legge, infatti, la procura nazionale Antimafia non ha poteri d’indagine e di esercizio dell’azione penale. Per esempio, non può iscrivere nel registro degli indagati nuovi sospettati. Ha però funzioni d’impulso: sulla base delle loro ricostruzioni i pm di via Giulia potranno chiedere alle procure competenti di approfondire alcune questioni. L’idea di De Raho, poi, potrebbe rendere effettivo il coordinamento delle attività d’indagine delle altre procure, che per esempio s’imbattono in storie collegate tra loro. Eventi più comuni di quello che si crede. È per questo motivo, d’altra parte, che Giovanni Falcone aveva inventato la procura nazionale Antimafia: per indagare sulle cosiddette “menti raffinatissime”. Non ebbe il tempo di andarla a dirigere. Probabilmente non a caso.

Le stragi da collegare – Le varie inchieste delle procure di mezza Italia, infatti, hanno spesso dimostrato come fatti all’apparenza separati tra loro avessero più di un punto in comune. Si pensi ai vari collegamenti che stanno emergendo dal processo sulla strage di Bologna in corso nel capoluogo emiliano con l’assassinio di Piersanti Mattarella a Palermo. Oppure all’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile a Milano nel 1990: viene rivendicato dalla Falange Armata, un’oscura sigla che in seguito seguirà a colpi di comunicati e telefonate i delitti della Uno Bianca, quelli di mafia del 1992, fino a profetizzare – con mesi d’anticipo – lo sbarco delle bombe mafiose in Toscana, Lazio e Lombardia. Oppure ai vari personaggi sullo sfondo delle stragi di Capaci e via d’Amelio, indicati da vari pentiti ma mai identificati. E ancora gli esplosivi dello stesso tipo utilizzati per fatti che in teoria non avevano nulla a che vedere tra loro. Come il Semtex, usato per la strage del Rapido 904:  è composto da T4 e Pentrite, elementi presenti – secondo alcuni periti – anche nella strage di Capaci e nelle stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze, nel fallito attentato allo stadio Olimpico. Una sequela infinita di fatti di sangue mai totalmente chiariti, forse tutti pezzi dello stesso unico puzzle: la chiamano strategia della tensione, mentre per indicare il coinvolgimento di mandanti esterni si è fatto ricorso alla teoria della convergenza d’interessi. Bombe e morti ammazzati che interessavano a più di un’entità ma che servivano a un unico grande scopo. E che alla fine hanno rappresentato le sliding doors della storia italiana. Nessun Paese occidentale ne ha una simile.

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